mercoledì 21 novembre 2018


Eraclito in un dipinto di Johannes Moreelse

Come abbiamo già visto, la prima metà del V sec. a.C. è caratterizzata dalla lotta contro i persiani, lotta che porta Atene ad un elevato livello politico e culturale. Da un lato l'aristocrazia va rafforzando sempre più la propria consapevolezza di classe guida, ma dall'altro anche il demos pretende una maggiore partecipazione all'attività di governo, per cui nascono spesso contrasti fra i due ceti. In ogni caso Atene non è ancora il centro culturale della Grecia, come dimostra il fatto che anche i filosofi che stiamo per trattare svolgono la loro attività nelle colonie dell'Asia Minore o in Magna Grecia; soltanto con Anassagora infatti la filosofia entrerà ad Atene.
Eraclito nacque ad Efeso da famiglia aristocratica all'incirca nel 540 a.C.; alla morte del padre rinunciò ai privilegi che gli spettavano in base alla discendenza regale. Scrisse un'opera formata da aforismi di carattere molto oscuro e di cui ci rimangono 130 frammenti.
Gli elementi fondamentali che caratterizzano il mondo in cui l'uomo è costretto a vivere sono il mutamento, il divenire e la contraddizione: è questo il messaggio che Eraclito lancia attraverso i suoi oscuri poemi, nei quali egli cerca di parlare ad una società profondamente mutata e che non sembra disposta ad ascoltarlo. La guerra è il padre del mondo, dice Eraclito, e la realtà è un perpetuo fluire e trasformarsi di tutte le cose. Lo stato di quiete che appare a volte nelle cose in realtà non è altro che un precario equilibrio fra forze opposte.
Nel pensiero di Eraclito domina dunque il conflitto fra gli opposti, ma si sostiene anche che il filosofo non deve per questo disperare ma deve invece cercare un principio che possa mettere ordine in questa situazione. Questo principio però non deve essere cercato all'esterno (una critica questa che era rivolta a Pitagora che trovava l'armonia negli astri, nei numeri e nelle relazioni musicali) ma dentro noi stessi, come affermava del resto quell'oracolo di Delfi che più tardi ispirerà anche Socrate (conosci te stesso).
Il messaggio divino che ispira l'anima del saggio è il logos, dove con questo termine egli intende sia l'ordine del mondo che la ragione che deve comprenderlo e anche il discorso oracolare che lo deve rivelare. La verità che il logos annuncia è che il conflitto fra gli opposti è solo apparente, in quanto gli opposti sono una sola e medesima cosa, in quanto al di là di essi vi è una legge immutabile che li sovrasta: gli opposti sono frammenti di un'unica realtà che permane immutabile e racchiude dentro di sé il cambiamento.
Con questo Eraclito vuole dire agli uomini del suo tempo che è inutile combattere per cambiare le cose, in quanto alla fine l'ordine resta lo stesso e il cambiamento è solo illusorio. Il saggio quindi si identifica con l'unità del logos e per questo motivo avrebbe il diritto di essere ascoltato e di dettar legge.
Eraclito ha contribuito in questo modo a sviluppare una razionalità in forma dialettica che può dar conto dei conflitti presenti nella realtà e che permette di comprendere l'identità degli opposti senza cancellarne l'inconciliabilità, appunto in quanto opposti.
Eraclito individua anche una sostanza che è presente in tutte le cose: il fuoco. Nel suo cambiamento continuo, la sostanza originaria da fuoco si trasforma in acqua e da acqua in terra per trasformarsi nuovamente prima in acqua e poi in fuoco, secondo un processo ciclico legato alla concezione ciclica del tempo diffusa fra i greci.

ERACLITO
[I]
Una cosa veramente stupefacente dell'idealismo aristocratico (greco o tedesco) è che esso è stato in grado di comprendere le leggi della dialettica prima del materialismo filosofico.
In un certo senso si potrebbe dire che l'idealismo ha scoperto quanto l'uomo, prima dell'idealismo stesso, viveva senza saperlo: l'unità degli opposti. L'esigenza di scoprire le leggi della dialettica è maturata proprio nel momento in cui la filosofia cominciava a venir meno sul piano pratico, essendo incapace di risolvere i problemi, cioè nel momento in cui si stava fortemente sviluppando l'alienazione dell'uomo nei suoi rapporti sociali, benché la nascita stessa della filosofia sia un effetto di questa alienazione sociale.
La filosofia da un lato è nata perché era in atto un'alienazione sociale dovuta ai rapporti schiavistici, dall'altro essa ha cercato di opporsi all'ideologia mitologista della classe dominante: l'aristocrazia.
Il materialismo storico-dialettico troverà una sua vera realizzazione solo nella misura in cui riuscirà a portare l'uomo moderno a rivivere, in maniera consapevole e naturale, il materialismo umanistico pre-filosofico, naturalmente ateo.
La legge dell'unità degli opposti non può infatti essere vissuta in maniera filosofica: ogni interpretazione è una riduzione. E' d'altra impossibile fissare sulla carta il momento in cui gli opposti s'attirano e si respingono: questa evidenza può essere data solo da un'esperienza, sociale e personale.
[II]
Nel Prologo al vangelo di Giovanni vi sono tracce evidenti della concezione eraclitea del Logos. In fondo il cristianesimo non ha fatto altro che sintetizzare il miglior ebraismo escatologico con la migliore filosofia idealistica greca. In ciò sta la sua grandezza, ma anche il suo limite, poiché esso si è servito dell'idealismo per negare la valenza politico-rivoluzionaria al profetismo ebraico.
Berdjaev stravedeva per Eraclito, appunto perché Eraclito poteva essere usato in funzione anticomunista. Ma anche i filosofi marxisti han sempre visto in Eraclito un anticipatore della dialettica hegeliana.
Sarebbe meglio dire che le concezioni di Eraclito possono portare al relativismo, e che tale relativismo, quando viene considerato "assoluto", serve solo a legittimare lo status quo. Il sano relativismo non esclude di per sé la perenne trasformazione delle cose (panta rei), poiché impedisce qualunque forma di dogmatismo. Ma il relativismo assoluto impedisce che il panta rei proceda verso una determinata direzione. Ecco, quanta poca chiarezza avesse Eraclito sul senso di questa direzione, è cosa nota. Eraclito resta un filosofo idealista e per giunta aristocratico.
La sua filosofia non si sottrae alla critica che vede nel panta rei un processo spontaneo, automatico, che avviene a prescindere da qualunque volontà umana, come una legge di natura. L'uomo è vittima di questa legge e non può servirsene per propri fini.
"Tutto scorre" - diceva Eraclito: sì, ma verso dove? La dialettica di Eraclito può anche sembrare quella dell'acqua riciclata di una fontana di piazza.
Si ha cioè l'impressione che per Eraclito il conflitto degli opposti fosse soltanto apparente, cioè espressione di un'unità organica che li sovrasta infinitamente. I conflitti, per Eraclito, sembrano non servire a stabilire nuovi equilibri, ma per confermare quelli esistenti, e quelli esistenti sono quelli di una società divisa in classi.
Il vero idealismo, in un certo senso, comincia solo con Eraclito, poiché qui - nonostante tutte le oscurità oracolari - il relativismo assume le vesti della dialettica, cioè diventa sofisticato, evitando di soffermarsi sui particolari o di assolutizzare singoli aspetti della materia (aria, acqua ecc.).
E' vero che Eraclito privilegia il "fuoco", ma lo fa solo in senso simbolico, per spiegare meglio la sua concezione del "divenire", alla cui fonte vi è il Logos, che non è "dio" (come in Giovanni), ma una specie di legge universale autorivelantesi agli uomini, che riscoprono in loro stessi le leggi della natura, adeguandovi il comportamento. Forse la parte più significativa della filosofia di Eraclito è proprio quella che pone l'uomo al centro di ogni riflessione speculativa. Ma questa è solo la premessa del materialismo...
PANEGIRICO SUL FUOCO
Il fuoco come fenomeno non ha la stessa intensità del fuoco come sostanza. Il fuoco come fenomeno può diminuire di forza, di intensità, e dal suo raffreddamento (temporaneo) possono scaturire nuove forme di vita.
Il fuoco come fenomeno è una manifestazione energetica del fuoco come sostanza: tutto dovrà tornare all'originaria esplosione cosmica.
In principio infatti era non il logos, che è un principio intellettualistico (gnostico), ma il fuoco, che è energia primordiale, pura forza della passione, dell'istinto creativo, l'assoluta spontaneità del pathos pervasivo (questa forza è rimasta, negli esseri umani delle civiltà, solo nel rapporto sessuale, in forma embrionale).
In principio era il crepitio d'una fiamma perenne, che brucia di virtù propria, come per una sorta di autocombustione, e che tutto riscalda, inclusa l'antimateria e l'immateriale.
L'energheia  del fuoco, la sua dynamis, è data dalla passione creativa e riproduttiva, una sorta di amore assoluto, totale, sconfinato, un fuoco rovente che brucia ogni resistenza e sprigiona ogni benessere.
All'inizio dell'universo deve esserci stata una fonte di calore di grandezza infinita, di profondità incommensurabile, di cui abbiamo soltanto un pallido esempio nella potenza nucleare e magnetica del sole.
ERACLITO DIALETTICO
Nello stesso fiume, invero, non è possibile entrare due volte. (Eraclito)
Sto dalla parte di Eraclito perché Eraclito non sta dalla parte di nulla che pretenda d'essere vera in sé. Il divenire rende impossibile un'identità precostituita, fissata in una definizione astratta, univoca.
Noi non riusciamo a dare una definizione chiara e distinta neppure di noi stessi, essendo il nostro pensiero soggetto ai mutamenti delle circostanze: perché mai dovremmo essere così schematici nei confronti della realtà?
L'universo ci sovrasta infinitamente. Non è cosa che possa essere "interpretata" più di quanto non possa essere semplicemente "contemplata". "Il mondo di fronte a noi - il medesimo per tutti i mondi - (diceva Eraclito) non lo fece nessuno degli dèi né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e sarà fuoco sempre vivente, che divampa secondo misure e si spegne secondo misure".
Da questo semplice aforisma si può facilmente capire che Eraclito aveva ereditato l'ateismo spontaneo, ingenuo, antecedente a qualunque speculazione filosofica e religiosa: l'ateismo e il naturalismo dell'uomo primordiale, che si sentiva integrato nel cosmo in maniera naturale, senza dover compiere "viaggi spaziali", né con la mente né con la tecnologia.
Il primo filosofo che ha reso autoritario, esclusivista e in fondo razzista tutto il pensiero europeo è stato Parmenide, il nemico n. 1 di Eraclito, quello secondo cui l'identità rende impossibile il divenire.
Eraclito fu accusato d'essere indifferente alla verità, perché col suo relativismo rendeva tutto possibile. E, così dicendo, si è fatta della verità un qualcosa di fisso, di dogmatico, quando invece l'unica cosa certa che abbiamo a disposizione è proprio il divenire dell'essere umano, la formazione progressiva del suo essere.
"Dato che tutto diviene, nulla è", diceva con grandissimo acume Eraclito, ponendo in essere il compito di valorizzare la differenza, cioè quanto ci appare di diverso rispetto alla nostra identità. L'identità non è data da se stessa - come invece sostengono i credenti, i fanatici, gli ideologi - ma è data dal suo rapporto con la differenza. Per poter essere bisogna prima mettersi in rapporto a qualcosa, a qualcuno.
La filosofia di Eraclito, che risultò sconfitta nella storia, era a favore del pluralismo, pur essendo egli un aristocratico di estrazione sociale.
Quella parmenidea invece, col suo famoso principio: "l'essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere", è la filosofia della presunzione, dell'intolleranza.
Ci vorrà Hegel prima di capire che il motore della storia è proprio il non-essere e che la contraddizione va vista positivamente, come una necessità per lo sviluppo dell'essere. Ci vorrà poi Marx prima di capire che la conciliazione degli opposti non può essere compiuta solo nel pensiero, ma anche nella realtà sociale.

Eraclito, olio su tavola di Hendrick ter Brugghen, 1628, Rijksmuseum (Amsterdam)

All'inizio del VI sec. a.C., al potere della stirpe reale dei Basilidi (da cui discendeva Eraclito), violentemente abbattuto, successero alcuni tiranni, fra cui Pindaro e Pitagora (non il filosofo-matematico). Durante il periodo di attività politica di Eraclito dominava ad Efeso il tiranno Melancoma.
Eletti generalmente per un periodo di un anno, i "tiranni" del periodo greco classico - come noto - rappresentavano la democrazia contro l'aristocrazia; quest'ultima, peraltro, che, per quieto vivere, aveva accettato la dominazione persiana in Asia Minore, era ancora più invisa, e infatti ne uscì inevitabilmente sconfitta, mentre i nuovi partiti democratici al potere cercavano d'impedire, con l'aiuto di Atene, che l'impero persiano entrasse in Grecia e occupasse il Mediterraneo.
Nel 546 a.C. praticamente tutte le città ioniche erano state sottomesse dalla Persia e i nuovi "tiranni" erano soltanto dei fantocci in mano ai nuovi padroni, che imponevano pesanti tributi.
La prima rivolta antipersiana scoppiò a Mileto nel 500-499, con l'appoggio di altre città ioniche (Sardi, Efeso...), ed ebbe la peggio, in quanto Atene, da sola, non era in grado di assicurare il necessario appoggio militare per aiutare quelle città a ricacciare gli invasori. Efeso divenne addirittura uno dei maggiori centri persiani del commercio degli schiavi. Ora la Persia era nelle condizioni di minacciare tutta l'Ellade e solo l'unità di Atene e Sparta, de sempre rivali tra loro, sarebbe stata capace di opporvisi.
Le vicende sono note: grazie all'alleanza delle due maggiori città-stato della Grecia, si ottennero vittorie così clamorose sugli eserciti e sulle flotte persiane (Maratona nel 490, Salamina nel 480, Platea nel 479 ecc.), che si poterono liberare tutte le città greche dell'Asia Minore entro il 478 a.C. Quello fu uno degli avvenimenti più importanti della storia mondiale di allora.
Purtroppo di Eraclito non conosciamo né la data di nascita (va dal 535 al 544) né quella di morte (va dal 475 al 484). Indubbia è solo l'appartenenza alla stirpe reale, benché egli cedette il titolo al fratello in segno di protesta contro il trionfo della democrazia efesina.
Egli era un aristocratico che sperava di mandare al potere un proprio candidato, un certo Ermodoro, al fine d'indurre i Persiani a risparmiare la città. Tuttavia i democratici non ne vollero sapere, anzi Ermodoro fu espulso da Efeso nel 478.
Eraclito ne fu così deluso che prese a inveire contro tutti i suoi concittadini, ad eccezione di Biante, un saggio di Priene, che aveva proposto agli ionici di trasferirsi in Sardegna per fondare una nuova polis.
Nessuno oggi sostiene che Eraclito fosse un filo-persiano, e tuttavia egli cercava dei compromessi che i democratici consideravano poco onorevoli, sicché non gli venne mai risparmiata l'accusa (che persiste ancora oggi) d'essere comunque un "reazionario": cosa confermata dal fatto che dopo l'abbandono dell'arena politica, egli rifiutò la proposta degli efesini di collaborare alla stesura delle nuove leggi fondamentali della città.
D'altra parte i suoi pochi frammenti politici che ci sono giunti non lasciano spazio a molti dubbi: alla maggioranza che non comprende l'oggettività e la necessità universale del "logos", che tutto regge e governa, come una sorta di provvidenza cristiana ante-litteram, egli anteponeva, con fare aristocratico, i pochi eletti, i "migliori", non di nascita, beninteso, ma di cultura.
Il "logos" universale veniva da lui paragonato al "fuoco", che primeggia su tutto, benché non negasse una certa uguaglianza o equivalenza delle cose: "tutte le cose sono uno scambio del fuoco, e il fuoco uno scambio di tutte le cose, come le merci sono uno scambio dell'oro e l'oro uno scambio delle merci", dice un suo aforisma.
In effetti Eraclito non era contrario alle leggi di Aristarco, discepolo di Solone, emanate ad Efeso nel VI secolo; anzi auspicava, in quanto aristocratico moderato, che fossero esse a dirigere il governo della città. Aveva un culto delle leggi tipicamente filosofico.
Le fonti storiche ci dicono che Solone nel 594 sveva stabilito i diritti politici in rapporto alle dimensioni della proprietà, aveva sostituito al privilegio della nascita quello della funzione sociale, e rafforzato il ruolo dell'assemblea popolare creando due nuovi organismi: il consiglio dei 400 e il tribunale dei giurati (l'organo supremo della giustizia ateniese).
Ma Solone era stato soltanto un democratico molto moderato: non aveva che ridimensionato il potere politico degli aristocratici (che conservavano le maggiori magistrature), lasciandolo intatto sul piano economico. Non era questa la democrazia che volevano i democratici efesini.
Più volte Eraclito fece capire ai suoi concittadini che non temeva soltanto la tirannide persiana ma anche l'arbitrio di quei greci che non volevano sottostare al potere delle leggi, senza specificare però se le leggi in questione fossero giuste o ingiuste. Predicava un rispetto astratto, fine a se stesso, della legalità.
Di sicuro considerava superato il tempo in cui l'interpretazione del diritto tradizionale era patrimonio esclusivo della classe gentilizia. Avendo avuto origini ed educazioni aristocratiche, difficilmente avrebbe potuto diventare un vero democratico. Non avrebbe mai accettato l'idea che una società potesse autogovernarsi senza "leggi scritte" o che in ogni caso le leggi dovessero essere considerate meno importanti della volontà dei cittadini. Da Eraclito nascerà Montesquieu non Rousseau.
E' famoso il frammento in cui viene detto che "se tutto è fuoco, allora il dominio del fuoco nel cosmo è un ordine cosmico", cioè una legge universale che esiste autonomamente. Una bella affermazione filosofica, che però, se applicata alla realtà, diventa quanto mai confusa e contraddittoria.
Infatti, pur accettando la caduta del potere dei Basilidi, dopo l'intensa lotta di classe tra popolo e aristocrazia all'inizio del VI secolo, continuò ad assumere una posizione troppo "filosofica" per essere autenticamente "democratica". I filosofi sono astratti e quando scendono sul terreno della politica, tendono ad apparire aristocratici, proprio perché, in virtù delle loro alte conoscenze, si considerano "superiori" e quindi "interclassisti".
L'unica vera differenza tra il suo moderato aristocraticismo e quello netto dei Basilidi stava appunto nel fatto che per aristos ("migliore") egli intendeva qualcuno sul piano intellettuale, etico-politico, e non per origine sociale.
A parte questo, restava alquanto idealistica (oggi avremmo detto "kantiana") la sua concezione delle leggi. Far dipendere le leggi umane da un'unica legge universale (divina), come se questa fosse "chiara e distinta", non aveva davvero alcun senso, se non nella mente appunto di un filosofo.
Chi può essere concretamente in grado di dire che si può stabilire a priori il criterio per distinguere le leggi buone da quelle cattive? Si può forse dire che le leggi migliori non sono quelle decise dalla maggioranza, ma quelle conformi alla legge generale dell'universo (logos)? Chi potrebbe stabilire con sicurezza il criterio di conformità se non il logos stesso? E quando si potrebbe sostenere con certezza che in virtù di questo principio i molti possono anche avere torto rispetto all'uno?
Va detto tuttavia che nessun filosofo greco si spinse mai a teorizzare la democrazia pura. Di regola questa veniva paragonata all'anarchia. Aristotele addirittura sosteneva che la democrazia radicale era simile alla monarchia del tiranno, in quanto nelle decisioni assembleari la legge poteva anche essere del tutto trascurata.
Non era forse un filosofo astratto Aristotele quando diceva che il popolo non ha il diritto di violare le leggi da esso stesso adottate?
SINTESI
  1. Con Eraclito la filosofia smette d'avere pretese scientifiche in senso matematico o perché basata sulla natura e si concentra sull'uomo e sulla sua principale facoltà: la ragione, che è un di più dell'intelletto. La ragione è logos, cioè legge di natura e legge dell'universo.
  2. Eraclito iniziò a scrivere aforismi dopo essersi ritirato dalla vita politica, a causa della sconfitta delle sue idee aristocratiche, e vivendo nel tempio di Artemide, a Efeso, in maniera isolata. Con lui la biografia del filosofo comincia ad avere un certo peso in relazione ai contenuti della sua produzione teorica.
  3. Scrive in maniera oscura e oracolare perché ritiene che la sapienza sia accessibile solo a pochi eletti (gli "svegli"), che non si lasciano condizionare dalle apparenze percepite coi sensi, ma si affidano alla ragione.
  4. La verità non sta fuori dell'uomo ma dentro, nel logos: non è importante avere una cultura enciclopedica né specialistica.
  5. L'uomo si identifica con l'universo e può constatare che una delle leggi fondamentali dell'universo e quindi della vita umana è quella del divenire incessante: le cose non sono mai uguali a se stesse (non si può entrare due volte nello stesso fiume).
  6. Questa legge è determinata da un'altra legge ancora più importante: quella dell'unità degli opposti, che si attraggono e si respingono. Le cose sono in perenne competizione tra loro, ma devono imparare a coesistere, invece che distruggersi a vicenda.
  7. Ciò che tiene uniti gli opposti, trasformandoli di continuo, è l'archè dell'universo, che Eraclito chiama "fuoco".
  8. Se gli opposti si vogliono distruggere reciprocamente (polemos=guerra), il vincitore si troverà presto di fronte a una nuova opposizione, per cui il ciclo si ripeterà. Ecco perché, pur dando per scontato che gli opposti sono ineludibili, sarebbe meglio capire come tenerli uniti (la molteplicità nell'unità).
  9. L'unità degli opposti è l'obiettivo del logos che deve conformarsi all'esistenza del fuoco, che si anima e si attenua secondo giusta misura.
  10. L'immagine simbolica dell'unità degli opposti è l'arco, la cui corda è in tensione grazie al legno, ma il legno è curvo grazie alla corda.
  11. Occorre trovare un'armonia dinamica, non statica (come quella dei pitagorici, che tendono a escludere un polo dell'opposizione), né bisogna essere pessimisti come Anassimandro, che tendeva a vedere in questa lotta una netta prevalenza della repulsione rispetto all'attrazione (cosa che poi provocava l'inevitabile crollo del sistema).
  12. Secondo Eraclito gli opposti non devono né annullarsi né identificarsi (prevalendo uno sull'altro), ma restare opposti, coesistendo nella loro diversità in maniera paritetica. Questa unità dinamica degli opposti verrà poi detta "dialettica", che è un di più del "divenire", in cui gli opposti vengono continuamente sostituiti con altri opposti.
  13. Il motto che viene attribuito ad Eraclito: "Tutto scorre" (panta rei), in realtà è dei suoi discepoli. Una sua interpretazione possibile sembra essere favorevole all'indifferenza per le cose, proprio a motivo del loro continuo mutamento o divenire.
  14. Resta comunque da chiarire se e come il principio dell'unità degli opposti possa essere applicato all'antagonismo sociale.

Testi di Eraclito

Nessun commento:

Posta un commento