mercoledì 21 novembre 2018

IL CASO SOCRATE


Il problema della datazione
Quando si parla del "caso Socrate" bisognerebbe anzitutto collocarlo storicamente, il che non è molto semplice. Comunemente infatti si ritiene ch'egli sia nato nel 469-70 a.C. e morto all'età di 70 anni, nel 399. Alcuni fatti però sembrano contraddire tale datazione:
1. Critone (V) si preoccupa che Socrate abbia scelto di morire quando i suoi "figlioli" sono ancora in età di "educazione" (in Apologia XXIII, Socrate afferma di avere un giovanetto e due fanciulli; in Fedone LXV si dice che aveva "due piccini e un giovanetto"). [Verifica chi ha detto che Socrate si sposò tra i 50 e i 55 anni, forse nel 421. Se è stato Diogene Laerzio, non è credibile. Laerzio dice che il governo di Atene incoraggiava i cittadini ad avere più figli con donne diverse. Secondo Aristotele, Socrate ebbe due mogli: la seconda, di nome Mirto, era una parente stretta di Aristide e gli diede due figli; il primogenito invece lo ebbe da Santippe. Di sicuro nel 423 Aristofane non presenta Socrate come sposato e a quella data non poteva in ogni caso avere figli, in quanto, alla sua morte, il più vecchio dei suoi figli era un ragazzo con meno di vent’anni, mentre gli altri due erano bambini, di cui l’ultimo veniva portato ancora in braccio.]
2. Lo stesso Socrate afferma d'essere l'uomo più odiato di Atene (Apologia IX), soprattutto dai "politici" (VI), dai "letterati" (VII) e dagli "artigiani", cioè dai ceti mercantili (VIII), praticamente da tutta la città. Nell'Apologia è scritto: "Meleto m'ha in odio per conto dei poeti, Anito degli artigiani e dei politici, e Licone degli oratori"(X). [Verifica se quest'ultimi erano più filosofi che giuristi]. Un uomo odiato a morte per motivi politici, sociali e culturali, non può vivere indisturbato fino a 70 anni, o per lo meno non vi riesce con assoluta tranquillità. Stando infatti ai resoconti di Platone, le uniche disavventure capitarono a Socrate verso la fine della sua carriera di "sapiente". In altre parole, benché Socrate stesso dica di essere stato odiato "da gran tempo e per molti anni" (Apologia II), dalle fonti a nostra disposizione non si comprende minimamente in che modo concreto ciò si sia verificato.
Lo stesso Socrate dice nell'Apologia (XXI): "Credete voi che sarei durato tanti anni, se avessi atteso alle faccende pubbliche", difendendo la giustizia? Ma se Socrate non fu un "uomo pubblico", perché un processo per motivi di opinione?
3. Nell'Apologia (III) Socrate fa riferimento a una commedia di Aristofane che lo mette in ridicolo, come a una recente rappresentazione, di cui gli astanti, in tribunale, potevano aver fresco il ricordo. Eppure quella commedia satirica, Le nuvole, fu recitata nel 423 a.C., cioè ben 24 anni prima del processo!
Tesi da dimostrare sulla datazione
Platone allungò la vita di Socrate fino a 70 anni per rendere meno odiosa la sentenza capitale.
Avvenimenti storici coevi al periodo di Socrate
Atene e Sparta sono impegnate nella lunga guerra civile del Peloponneso (431-404), conseguenza della debolezza della democrazia di Atene. Con la sconfitta in questa guerra veniva travolta l'intera costruzione politico-democratica di Pericle. La restaurazione democratica successiva al governo dei Trenta Tiranni, sarà accompagnata da una chiusa diffidenza verso ogni innovazione politico-culturale.
Pare che Socrate abbia partecipato a tre battaglie in qualità di oplita:
a) nel 432 contro la colonia di Corinto, Potidea. In questa guerra avrebbe salvato la vita al giovane Alcibiade. Solo che nel Simposio il racconto del soldato-eroe Socrate è poco attendibile: Socrate risulta il migliore nel sopportare la fame, il peggiore nelle gozzoviglie, non teme il gelo dell'inverno e si mette a meditare, senza fare assolutamente nulla, per giorni interi;
b) nel 424 contro Delio, città della Beozia (gli ateniesi furono sconfitti dai beoti). Sembra che in questa battaglia Socrate abbia salvato la vita a Senofonte, il quale stranamente dà di lui, nei suoi Detti memorabili di Socrate, un ritratto insulso e banale, quale quello di un predicatore pedante e ripetitivo. Nel Simposio Platone offre una descrizione poco credibile del soldato Socrate: da non-violento diventa, sul campo di battaglia, un ottimo militare, un vero eroe, che salva la vita ad Alcibiade per ben due volte! Eppure il soldato Socrate non aumenta mai di grado, né gli viene mai riconosciuto alcun merito: nella campagna di Anfipoli, all'età di 47 anni, è ancora soldato semplice;
c) nel 422 contro Anfipoli, una colonia ateniese in Tracia (qui vinsero gli spartani). Dopo la guerra del Peloponneso cade in povertà.
Caduta Atene (404) s'instaura il regime oligarchico dei Trenta Tiranni guidato da Crizia, durante il quale furono bandìti o fuggirono da Atene molti cittadini del partito democratico (tra questi, Cherefonte, grande amico di Socrate). Socrate però rimane tranquillamente in città.
Il partito democratico esiliato si ricompone e sotto la guida di Trasibulo e di Archino rioccupa la città, rovesciando l'oligarchia (403).
Dopo quattro anni di restaurazione democratica, Socrate viene condannato a morte (399), per empietà e corruzione dei giovani.
Altre notizie biografiche: si sposa probabilmente tra i 50 e 55 anni. Secondo Aristotele ebbe due mogli, di cui la prima (Santippe) gli diede un figlio, e la seconda (Mirto) altri due (le altre fonti parlano di una sola moglie, Santippe).
Nel 406 ottiene la presidenza dell'Assemblea dei 500 (50 consiglieri per 10 tribù). Il popolo chiese e ottenne l'esecuzione capitale dei 10 strateghi ateniesi vincitori della battaglia delle Arginuse, perché non avevano salvato gli equipaggi di alcune navi gravemente danneggiate né dato sepoltura ai morti. Socrate si oppose alla sentenza e rischiò quasi d'essere arrestato.
Durante il periodo dei 30 tiranni (404-3) il governo chiese a lui e ad altri quattro consiglieri di Atene di far estradare da Salamina un generale del partito democratico per poterlo giustiziare. Ma lui si rifiutò di farlo e non venne messo a morte solo perché il governo cadde. Questo episodio dimostra comunque che Socrate era impegnato politicamente (cosa che Platone minimizza alquanto).
Un problema di metodo sulla biografia politica di Socrate
Non è possibile conoscere il pensiero di Socrate, che pur ebbe numerosi seguaci, se non attraverso Platone (Aristofane e Senofonte rappresentano le versioni per così dire "non canoniche"). Si ha cioè l'impressione che ad un certo punto della storia del pensiero filosofico-politico, una volontà occulta abbia imposto la "linea" platonica, nell'interpretazione del pensiero socratico, su tutte le altre.
Per quale motivo un filosofo attribuisce a un altro filosofo i propri pensieri? Le ragioni sono almeno due: a) per dare maggiore credibilità ai propri pensieri (diamo qui per scontato che il primo filosofo sia più importante del secondo); b) per manipolare il pensiero del primo filosofo (nella convinzione naturalmente di poterlo fare con relativa sicurezza).
Per quanto riguarda l'ipotesi a) va detto che è ben strano che a un tale artificio si sia prestato un grande filosofo come Platone. Un filosofo può fare una cosa del genere quando scrive una sola opera e non 35 dialoghi; quando ha bisogno di farsi notare, non quando è già famoso; quando vuole fare uno scherzo intelligente, non quando cerca con la realtà soltanto un rapporto serio...
Dunque il caso che riguarda Platone è il secondo: egli ha attribuito il suo pensiero direttamente a Socrate perché voleva manipolare il pensiero di quest'ultimo. Perché dunque un interesse del genere? La motivazione qui può essere una sola: Platone nutriva nei confronti di Socrate dei sensi di colpa, che ha cercato di attenuare mostrando un'identità di vedute tra i due. Qui è la teoria psicanalitica che dovrebbe impadronirsi di questa vicenda filosofica. Non è possibile infatti credere che una persona intelligente come Platone fosse convinta che il modo migliore di attualizzare il pensiero di Socrate fosse quello di manipolarlo.
Platone, nello scrivere i suoi trattati di filosofia, usò la forma dialogica, pensando, in questo, d'imitare il filosofare di Socrate (e forse anche per dare alla filosofia uno statuto di realismo). Ma, come facilmente ci si rende conto, essi sono più che altro un lungo monologo, in cui gli interlocutori svolgono un ruolo assolutamente marginale. In tal modo essi danno l'impressione che Platone fosse del tutto incapace di dare spazio alle possibili obiezioni anti-metafisiche dei suoi interlocutori.
Biografia politica di Socrate
Socrate non ebbe mai alcuna carica in seno alla Magistratura, ma fece parte del Consiglio, che elaborava le risoluzioni da proporre all'Assemblea popolare, avente potere deliberativo. Il Consiglio era composto da 50 consiglieri per ognuna delle 10 tribù. Ogni tribù teneva la presidenza e del Consiglio e dell'Assemblea per poco più di un mese l'anno.
Quando la tribù Antiochide, di Socrate, si trovò a tenere la presidenza, nel 406, accadde un fatto increscioso: il popolo chiese e ottenne l'esecuzione capitale dei 10 strateghi vincitori della battaglia delle Arginuse, in quanto avevano trascurato di salvare gli equipaggi di alcuni navi greche gravemente danneggiate e non avevano dato sepoltura ai morti. Socrate, quale consigliere (giudice popolare), si oppose a questa deliberazione (lui dice di essere stato l'unico, o lo dice Platone?) e per poco non rischiò d'essere arrestato.
Durante l'anno di governo spartano dei Trenta Tiranni venne chiesto a Socrate e ad altri quattro consiglieri di Atene di estradare da Salamina (di cui era nativo) il generale Leone il Salaminio, del partito democratico di Atene, e di giustiziarlo. Socrate si rifiutò, a differenza degli altri quattro, rischiando ovviamente d'essere messo a morte: cosa che non avvenne perché il governo cadde subito dopo.
Due suoi amici, Crizia e Alcibiade, ebbero una condotta nociva alla città di Atene. L'aristocratico Crizia fu addirittura uno dei Trenta Tiranni, era di orientamento sofista e diceva che la religione era stata un'invenzione dei politici per assoggettare il popolo. Da notare che alcuni dei Trenta Tiranni erano parenti e amici di Platone. Essi proposero a Platone di collaborare e Platone, come Socrate, accettò.
Che cosa rappresentò il governo dei Trenta Tiranni? Una sorta di "governo giacobino": giusto nelle idee di fondo ma ingiusto nel modo di applicarle?
Socrate visse il passaggio dalla polis tradizionale alla monarchia macedone. Con la morte di Aristotele (322) si chiuderà infatti definitivamente l'esperienza delle città-stato, a tutto vantaggio della monarchia macedone.
Socrate fu un critico severo della democrazia ateniese posteriore a quella dei tempi di Pericle e Temistocle. Al formalismo della nuova democrazia preferiva forse l'austerità, il rigore, l'autoritarismo dell'aristocrazia dei Trenta Tiranni? Stando a Platone, Socrate stimava la Costituzione di Sparta e preferiva una democrazia basata sul merito di professionisti della politica, e non sul criterio del sorteggio (per l'attribuzione delle magistrature), che permetteva a chiunque di governare. Socrate aveva forse un progetto politico che avrebbe potuto permettere ad Atene e a tutta la Grecia di raggiungere la vera democrazia o comunque di non perdere l'indipendenza nei confronti dei macedoni? Forse Socrate aveva messo in dubbio la legittimità dello schiavismo? Secondo Platone, Socrate riteneva arroganti i politici, superficiali i poeti e presuntuosi gli artigiani.
Platone più volte cercò di dimostrare che Socrate, se avesse voluto, avrebbe potuto salvarsi dalle accuse del processo, accettando l'esilio o di pagare una multa, oppure usando metodi meno dignitosi (implorare la grazia), ma ugualmente efficaci. Resta sempre tuttavia da dimostrare che i giudici avrebbero accettato una soluzione del genere, posto che Socrate fosse un "pericoloso" politico democratico. Platone può anche aver messo in buona luce i giudici per poter continuare a vivere indisturbato ad Atene. Egli cioè può aver presentato Socrate al processo con un atteggiamento provocatorio proprio per sostenere la tesi della volontà quasi suicida di Socrate.
Una delle accuse del processo fu questa: Socrate "rendeva più forti le ragioni dei più deboli" (Apologia III). Tale espressione può voler dire due cose: o Socrate sosteneva il relativismo delle opinioni, negando una qualunque oggettività (anche di Gorgia, nel Fedro, Platone dice la stessa cosa), e in tal caso Socrate verrebbe fatto passare da Platone al pari di un sofista, il che però non spiega il processo politico (anche perché dei sofisti sarebbe stato più esatto dire che "rendevano più forti le ragioni più deboli e viceversa"); oppure Socrate difendeva le ragioni di quelle classi sociali (o ceti) più deboli che non trovavano espressione nelle istituzioni di potere. Platone però non avvalora questa seconda ipotesi e, in un certo senso, nemmeno la prima, poiché la sua critica della sofistica è sempre stata netta e radicale. Che Socrate non fosse un sofista come gli altri filosofi è detto in Apologia V: "Se tu non ti dessi brighe che gli altri non si danno, se non facessi nulla di diverso dalla gente...". Platone insomma ha fatto in modo che Socrate si differenziasse dagli altri sofisti, ma senza farlo uscire dal seminato della filosofia.
L'episodio dell'oracolo di Delfi (che riteneva Socrate il più saggio di tutti), anteriore alla guerra peloponnesiaca, è chiaramente inventato (al pari dei racconti natalizi di Luca e Matteo).
Sul piano filosofico: inizialmente Socrate aderì alle idee dei naturalisti (specie Anassagora, anche lui accusato di empietà). Fu iniziato alla fisica da Archelao, un discepolo di Anassimandro. Ebbe un colloquio con Parmenide e con Zenone, ad Atene, nel 449. S'incontrò con Protagora.
In che cosa Socrate si differenziava dai sofisti?
Non si faceva pagare per le sue lezioni d'insegnamento, per cui potevano rivolgersi a lui anche persone (giovani soprattutto) di modeste condizioni sociali; quindi cercava non l'interesse del cliente ma la verità delle cose.
Riteneva la politica un mestiere per persone competenti (questa però può essere una tesi platonica).
La virtù si può insegnare se diventa una scienza (anche questa può essere una tesi platonica, altrimenti non si spiega il rifiuto da parte di Socrate di lasciare degli scritti filosofici).
Fondò una scuola (questa può essere una tesi platonica, ma nel senso che Socrate può anche aver fondato un partito: il che spiegherebbe meglio la natura del processo politico, che a Platone non è mai stato fatto quand'era direttore dell'Accademia).
Va inoltre detto che la prima Sofistica (Protagora e Gorgia) non era così venale come la successiva:
a) dava molta importanza alle leggi umane (molto interessata alla cultura, alla polis, alla storia dell'uomo);
b) faceva una critica materialistica della religione;
c) prospettava la possibilità di un contratto sociale come origine della società politica.
Questi aspetti sono stati ereditati più da Socrate che da Platone.
LA SCELTA DI NON SCRIVERE
La scelta socratica di non scrivere nulla era di tipo metafisico? Socrate era convinto che il linguaggio scritto fissa i problemi e le loro soluzioni in maniera schematica (con pretese di esaustività), cioè in maniera arbitraria, poiché l'evolversi delle cose (realtà, tempo, circostanze...) può rendere futili dei problemi seri e false delle soluzioni vere.
Il rifiuto di voler scrivere nasceva dalla constatazione che i problemi filosofici dell'uomo non possono mai trovare una soluzione definitiva, univoca, inconfutabile. Quel rifiuto nasceva dall'aforisma paradossale "so di non sapere", che è una contraddizione in termini, sostenibile solo in una situazione polemica nei confronti delle pretese intellettuali dei sofisti.
Come la logica vuole, in effetti, chi "non sa" veramente, non ha la "pretesa" di non sapere, ma semmai la vergogna, l'umiliazione (del proprio stato d'ignoranza). Sempre che, naturalmente, esista una controparte che dimostri la necessità del sapere.
Socrate, in un certo senso, non fece che elaborare un sofisma intellettuale alla rovescia, la cui finalità, da un lato, doveva essere quella di disilludere chi pensava di poter facilmente contare (anche a scopo di lucro) sulla propria sapienza, e, dall'altro, quella pedagogica di far avvicinare un interlocutore veramente interessato alla sua filosofia.
Ognuno però si rende facilmente conto che la posizione socratica aveva uno scarso valore sul piano politico, essendo, la sua, una metodologia priva di contenuto. Il vero contenuto positivo della filosofia socratica sta nelle due strette coincidenze teorico-pratiche di sapere e virtù e di verità e ricerca.
Ciò che è mancato a Socrate (almeno per come la cosa appare nei suoi biografi, soprattutto in Platone) è stato il realismo di un progetto politico democratico, alternativo al potere dominante. Si ha infatti l'impressione che Socrate abbia affrontato il problema politico solo dal punto di vista filosofico-pedagogico. Il che però - considerato l'acceso odio nei suoi confronti - appare inverosimile. Probabilmente molte delle idee democratiche di Socrate si trovano nella Repubblica di Platone.
Certo è che se Socrate avesse veramente voluto impegnarsi in un progetto politico, non avrebbe potuto rinunciare a scrivere, a meno che non si fosse convinto che a ciò avrebbero pensato i suoi discepoli (come nel caso di Gesù Cristo).
E' difficile infatti pensare che la vita politica di allora fosse così semplice e immediata, circoscritta a pochi protagonisti della città-stato, con la possibilità di rapporti così diretti fra potere e opposizione, da rendere sufficiente la testimonianza orale.
Forse Socrate voleva dimostrare che se anche non si scrive nulla, la propria democraticità, se è vera, non andrà perduta, o viceversa, se anche si scrivessero un milione di libri, la propria democraticità non potrebbe comunque sottrarsi a cattive interpretazioni. Il primo a fraintenderlo è stato proprio Platone, che ha preteso di poter dedurre la virtù dell'uomo dal suo sapere messo per iscritto.
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Proviamo ora a ridire le stesse cose in maniera diversa. Socrate, rifiutandosi di scrivere, doveva aver capito perfettamente che la soluzione dei problemi può essere trovata solo nel dialogo tra persone, cioè nel presente, e che qualunque cosa sia stata detta o scritta nel passato possiede un'utilità relativa, in quanto non può esserci nulla in grado di sottrarci al compito di una ricerca personale, faticosa, basata sul confronto ragionevole delle opinioni, al fine di trovare la migliore delle soluzioni possibili in un determinato momento. In questo egli manifestava una "sapienza" inedita, che non si addiceva esattamente a un filosofo, quanto piuttosto a un politico.
Socrate inoltre capì che i problemi più urgenti che gli uomini devono risolvere solo quelli stessi che loro creano, per i quali non è importante avere approfondite cognizioni scientifiche riguardo la natura (come avevano i presofisti). Un eccessivo interesse per le caratteristiche della physis distoglie l'uomo dall'affronto dei problemi sociali, culturali e politici, che sono più urgenti nelle società dominate dagli antagonismi di classe.
Aveva anche capito che non sarebbe servito a niente lasciare ai posteri le proprie memorie, sia perché esse non li avrebbero aiutati a risolvere i loro problemi (anzi, forse li avrebbero influenzati negativamente, in quanto le persone schematiche facilmente s'illudono che una teoria messa per iscritto possa essere utilizzata in ogni momento per ogni problema); sia perché esse non avrebbero potuto assicurare che della vita e del pensiero di Socrate si potesse dare un'interpretazione univoca. Anche in presenza di memorie scritte di suo pugno, ci sarebbero sempre state interpretazioni opposte. Ed è noto che non occorre avere testi autentici per stabilire la verità delle cose: bastano anche testi falsificati che si conoscono come tali (in tal caso si procede per ipotesi argomentative).
Non scrisse nulla anche per un'altra ragione, non meno importante delle precedenti. Socrate credeva nella democrazia diretta, da esercitarsi nell'ambito della polis: non avrebbe avuto senso scrivere, stando ad Atene, qualcosa per i suoi concittadini, quando questi avrebbero potuto sentirlo parlare personalmente; e tanto meno avrebbe avuto senso scrivere qualcosa per altre città, visto che ogni città avrebbe dovuto cercare al proprio interno un proprio "Socrate".
Quindi quando si parla di "intellettualismo etico" (come fa Aristotele) bisogna sempre tener conto delle motivazioni che avevano indotto Socrate a rifiutare la scrittura, senza poi considerare che la versione che dei suoi discorsi viene offerta da Platone è viziata da temi di tipo metafisico, che Socrate non avrebbe certo avvalorato.
"SO NON DI NON SAPERE"
"So di non sapere" è una contraddizione in termini, al pari del "Penso dunque sono" di Cartesio. Ciò forse sta ad indicare che all'origine della filosofia vi è un vizio intellettualistico di fondo, espressione di un'individualità isolata, vissuta in un contesto sociale dominato da rapporti antagonistici, ma che nei confronti di tale contesto essa ha cercato di reagire, pur se soggettivamente.
La filosofia occidentale è, da un lato, un lusso che possono permettersi solo certe persone, dall'altro, un tentativo di superare nel pensiero le contraddizioni sociali. Raramente la filosofia s'è preoccupata di superare tali contraddizioni anche dal punto di vista pratico. Lo scoglio nei cui confronti si sono sempre infranti i suoi desideri, è stato quello del privilegio di poter parlare delle contraddizioni senza esservi direttamente coinvolta. Anche quando la filosofia ha cercato un nesso con la politica, l'ha sempre fatto in maniera aristocratica. Ecco perché la filosofia, in ultima istanza, appare ai più come un gioco per gente oziosa, che campa sfruttando il lavoro altrui.
Come si può far dipendere l'esistenza dal pensiero, se l'attività pensante non può assolutamente prescindere dall'esistenza? E come si può "affermare" in positivo la propria ignoranza quando proprio tale affermazione nega qualcosa che non si può non conoscere? Chi può esser "certo" di non sapere facendo della propria ignoranza una virtù? Come si può basare consapevolmente il sapere sull'ignoranza?
Il vero ignorante, quello umile (il popolano), non afferma di "sapere di non sapere", ma si limita semplicemente a dire che "non sa" e che farà di tutto per "sapere", poiché della propria ignoranza ha vergogna. C'è dunque più umiltà e più volontà costruttiva nell'ignorante che nel filosofo. C'è più buona fede nell'ignorante che in Cartesio, il quale è così scettico nei confronti della realtà da arrivare a mettere in dubbio qualunque cosa, persino la sua stessa esistenza di filosofo!
C'è molta più concretezza nell'ignorante disposto a conoscere e ad aver fiducia nelle cose positive della vita, che non in quel filosofo che vede le cose solo soggettivamente, che quando dialogo con i propri interlocutori -come nel caso dell'opera platonica- è capace solo di fare dei lunghi monologhi... Quanto più concreta era la cultura ebraica ai tempi di Abramo, Mosè, Salomone...! o la cultura cristiana dei primi secoli!
In fondo, Nietzsche era andato molto vicino alla verità quando disse che la fase "apollinea" (da Socrate in poi) ha rappresentato un regresso rispetto alla "fase dionisiaca" (i tragici greci), nel senso che l'istinto ha ceduto il passo alla speculazione razionale e astratta, che mortifica l'agire invece di indirizzarlo verso un obiettivo di liberazione. Solo che Nietzsche guardava agli istinti con la mente del filosofo, con una vita da aristocratico individualista. In verità, per vincere la filosofia occorre prima rovesciare i rapporti di classe su cui essa si regge.
QUESTIONI DA RISOLVERE SUL "CASO SOCRATE"
Perché Socrate fu giustiziato dai democratici?
Perché non potevano sopportare che dopo aver sconfitto gli aristocratici, potesse formarsi un nuovo partito più democratico del loro: temevano di dover ricadere in una nuova guerra civile.
Socrate fu ucciso nel momento in cui Atene si stava trasformando in una metropoli prevalentemente basata sui commerci. Finita la guerra del Peloponneso e sconfitti gli aristocratici, Atene si era illusa di aver imboccato la strada di un radioso avvenire.
Quale fu il senso vero dell'accusa?
Essa stava a significare che Socrate voleva fondare un nuovo partito. L'accusa di "empietà" o "ateismo" era un pretesto (giuridico, poiché l'ateismo era ufficialmente vietato, anche se privatamente permesso) per poter imbastire un processo politico.
Religione e cittadinanza erano un unicum. Era prevista la libertà di religione, ma non la libertà dalla religione.
Di tutte le accuse riportate da Platone, la principale fu quella (sull'ateismo) di Meleto, perché l'unica che poteva trascinare Socrate in tribunale. Socrate infatti non poteva essere condotto in tribunale per motivi strettamente politici (in riferimento alla libertà di parola o di insegnamento, formalmente riconosciuta dalle leggi ateniesi), a meno che il suo operato non venisse considerato un attentato alle istituzioni e all'ordine pubblico. Forse è stata proprio questo tipo di accusa a subire la censura da parte di Platone.
Infatti Platone fa dire a Socrate, relativamente all'accusa di Anito di aver violato le libertà politico-democratiche della città: "o non si doveva trarmi qui, o dacché ci sono, non si può non mettermi a morte..." (Apologia XVII). Cioè Platone fa capire che non era tanto in questione la libertà di parola o di insegnamento (nel Gorgia dice che ad Atene era massima, e nell'Apologia Socrate dice che ciascuno poteva comprarla a poco prezzo), ma tutto in realtà dipendeva da un atteggiamento soggettivo dei congiurati che, per motivi personali, odiavano a morte Socrate.
Per Platone non era in questione la pretesa di mettere in pratica determinati princìpi democratici: infatti su questo egli non dice assolutamente nulla.
Perché Socrate si è lasciato uccidere?
Nel Critone appare chiaro che Socrate si è lasciato uccidere per dimostrare che, pur in presenza di un governo ingiusto, le leggi di Atene erano giuste. Questa posizione però è assolutamente idealistica, cioè platonica.
Per Platone infatti le leggi sono superiori agli uomini (ritenuti incostanti e deboli), per cui Socrate avrebbe potuto salvarsi solo se avesse ragionato in termini meramente politici (la politica in sé per Platone è cosa riprovevole), ma poiché ha ragionato in termini metafisici, ha preferito morire.
[E' da verificare se una persona così odiata avrebbe veramente potuto salvarsi ricorrendo alle possibilità politiche che la legge le offriva].
In nome della legge Socrate doveva morire, non perché colpevole di qualcosa, ma semplicemente perché la legge conferiva al tribunale il potere di decidere la sua morte. [Inutile dire che tale modo di ragionare lo si troverà, mutatis mutandis, anche nei vangeli, ove alla legge suprema si sostituirà la volontà imperscrutabile del Dio-Padre].
La versione di Senofonte sulla morte di Socrate
Che Socrate non volesse far nulla per salvarsi appare molto evidente nella versione che della sua morte dà Senofonte. E' altresì evidente che Socrate sia stato condannato a morte per un reato di opinione, quale quello dell'atteggiamento ateistico nei confronti delle divinità tradizionali: atteggiamento personale e oggetto di insegnamento didattico.
E' tuttavia difficile pensare che dietro questa accusa non se ne celasse una di tipo politico: Socrate era senza dubbio ostile al governo oligarchico di Atene.
Indubbiamente l'atteggiamento rinunciatario tenuto in occasione del processo, fa pensare ch'egli fosse più un filosofo che un politico, ovvero più un moralista che un militante. Stando alla versione di Senofonte, Socrate vuole morire da martire incompreso della libertà di opinione e, in tale sua decisione, sembra persino trasparire una inevitabile punta di individualismo.
Egli cioè non reputa utile alcuna difesa politica delle proprie tesi, non stima neppure conveniente approvare la proposta di una fuga dalla città. Non gli interessa l'esilio, non saprebbe che farsene. Il Socrate di Senofonte è un filosofo allo stato puro, non è il leader di un movimento contestativo, né lascia delle consegne per i suoi seguaci (l'unica è quella, ironica, di offrire "un gallo a Esculapio").
Peraltro, stando sempre a Senofonte, Socrate non ribadisce a chiare lettere neppure il proprio ateismo, giacché si limita, semplicemente, a sostenere che nessuno potrebbe accusarlo di aver optato per religioni diverse da quella tradizionale. "Nessuno - egli dice - mi vide mai in preghiera o in sacrificio o giurare per altro dio che Giove o Giunone e simili".
Il che, detto altrimenti, voleva dire ch'era possibile accusarlo di formalismo, ovvero di indifferenza allo spirito della religione pagana, ma non di apostasia a favore di credi alternativi. Insomma non era possibile accusarlo di non rispettare, almeno ritualmente, gli usi e i costumi delle tradizionali religioni del suo paese.
Stando le cose in questi termini, a un filosofo impegnato come Socrate deve aver pesato enormemente di più l'accusa di aver educato i giovani all'ateismo, da lui stesso definito, l'ateismo, coi termini di "fortezza e sobrietà", intendendo con ciò un atteggiamento da tenersi nei confronti della vita in generale, in quanto rispondente alle esigenze dell'umanismo e della democrazia a tutti i livelli.
E infatti egli si chiede come sia possibile condannare a morte una persona per aver insegnato una tale forma mentis, quando di fatto le sentenze capitali venivano comminate solo per reati molto gravi: sacrilegio, sequestro di persona, furto, tradimento della patria...
Socrate però non s'avvede - stando a Senofonte - che agli occhi di quel tribunale l'opzione a favore dell'ateismo (personale e insegnato ai giovani) doveva apparire proprio come una sorta di "tradimento" e di "sacrilegio". Di qui la decisione quasi unanime della condanna. I punti di vista erano diametralmente opposti.
Il torto dei giurati stava semmai nell'aver voluto dare un risvolto politico antidemocratico a un'espressione personale di libertà di pensiero. Esattamente come i romani alcuni secoli dopo, nei confronti dei cristiani, i giuristi greci fecero del proprio atteggiamento nei confronti della religione una sorta di irriducibile integrismo.
Nelle sue ultime affermazioni appare il Socrate filosofo e umanista che Senofonte ha voluto tratteggiare. Paradosso e ironia qui si mescolano in un gioco linguistico che al tempo stesso è espressione mascherata di una profonda tragedia.
Egli finge di meravigliarsi del pianto degli amici e li consola dicendo ch'esso avrebbe senso s'egli dovesse morire nell'imminenza di ricevere una grande bene e non "innanzi a un rovescio di mali". In ciò egli prevede che se Atene mette a morte gli elementi migliori della democrazia, il suo destino è segnato. E infatti, nella guerra contro i macedoni prima e i romani dopo, sarà così. Due secoli e mezzo dopo la sua morte, la Grecia sarà ridotta a una semplice provincia romana.
Socrate era un ateo?
All'accusa di ateismo mossagli da Meleto, Socrate obietta che sulle questioni religiose egli non s'era mai pronunciato, essendo per lui impossibile un giudizio sicuro e definitivo. Questa è una delle tesi di Platone.
Platone fa chiaramente capire che un uomo che afferma, per quanto riguarda "le cose umane", di "sapere di non sapere", non può esprimere un giudizio definitivo sulle "cose divine".
In pratica Platone ribaltò la posizione di Socrate, il quale sosteneva il proprio ateismo proprio perché era consapevole che la religione non gli offriva alcuna risposta ai problemi del suo tempo.
L'idealista Platone, che si serve della religione ogniqualvolta non riesce a trovare una soluzione razionale ai problemi umani, fa dire a Socrate nell'Apologia, d'essere un "credente", seppure sui generis, in quanto non devoto agli dèi ufficiali della città. Oggi diremmo che Platone, in Socrate, difendeva una posizione "deista" o, se vogliamo, "agnostica", contro il politeismo istituzionale.
Dice infatti Socrate nell'Apologia: "non sapendo abbastanza delle cose dell'Ade, così non credo di saperle. Invece, l'operare ingiustamente e il disobbedire a chi è meglio di noi, dio o uomo che sia, so che è male ed è turpe" (XVII).
Il suo professato agnosticismo (che era il massimo dell'ateismo possibile ufficialmente tollerato) era in netta contraddizione con la "missione divina" di cui egli si vanta (Apologia XXII).
Al tempo di Socrate la critica della religione era alquanto sviluppata. Assai pochi intellettuali credevano ancora nella mitologia omerica. Anassagora, gli atomisti, i sofisti... erano praticamente giunti su posizioni agnostiche se non addirittura ateistiche (Anassagora, Protagora e altri, accusati di empietà, si salvarono con la fuga). Anche gli storici Tucidide ed Erodoto tendevano verso l'agnosticismo. Praticamente ai tempi di Socrate gli ateniesi stavano passando dal politeismo al deismo: il deismo, al massimo, poteva prevedere, legittimamente, l'agnosticismo, ma non l'ateismo, se non privatamente, in ambienti ristretti e intellettuali.
L'ateismo esplicito non veniva ammesso perché nelle società antagonistiche normalmente i poteri si servono di ogni mezzo per distogliere le masse dalla lotta per la loro emancipazione. Quando Aristofane prendeva in giro gli dèi nelle sue commedie comiche e satiriche, si pensava a una licenza poetica: una libertà analoga non poteva essere concessa a un filosofo che dibattesse pubblicamente e neppure a un politico.
Il Fedone rappresenta il misticismo più puro di Platone, il testo più lontano dalla filosofia politica di Socrate, tanto più che Platone fu assente in occasione di quel dialogo. Non a caso il Fedone fu scritto in età matura. Il misticismo è normalmente una risposta illusoria (irrazionale ma con lo scrupolo religioso) a una concezione molto pessimista dell'esistenza.
Che Socrate fosse ateo lo si può dedurre anche dal fatto ch'ebbe come maestri Archelao (discepolo di Anassimandro), Anassagora e Protagora.
Socrate era un cittadino politicamente impegnato?
Socrate non scelse mai la carriera del politico perché non credeva nel modo ufficiale di fare politica: "pubblicamente non oso presentarmi al popolo per consigliare la città", dice nell'Apologia (XIX). Questo tuttavia non significa che non facesse politica. (E' abbastanza singolare che in 70 anni non avesse mai messo piede nel tribunale della città, come da Apologia I).
Tuttavia Platone, per dimostrare che Socrate non era impegnato in alcuna attività politica, gli fa dire che il suo disimpegno in politica era un limite ch'egli imputava a se stesso: "in me si verifica qualcosa di divino [la filosofia] e di demonico [l'incapacità politica?]"(Apologia XIX). Una "voce", sin da fanciullo, lo spingeva a non agire nella vita pratica (da adulto a non impegnarsi nella vita politica), in Apologia XIX.
Socrate inoltre giustifica il proprio "qualunquismo politico" dicendo che "non c'è uomo che possa salvarsi, quando s'opponga francamente agli ateniesi" (Apologia XIX). Ma non c'era la massima libertà di parola ad Atene?
Di qui la scelta di combattere "in difesa della giustizia" conducendo "vita privata". Ma questa non fu forse la scelta di Platone?
Perché Platone ha dato di Socrate una versione così falsata?
Egli ha cercato di giustificare il fatto che, in occasione della morte di Socrate, i suoi discepoli non fecero abbastanza per salvarlo, confidando troppo nella democraticità delle istituzioni. (Sui discepoli presenti al processo cfr. Apologia XXII).
Dalla versione di Platone non si riesce a comprendere il motivo oggettivo (il capo d'accusa reale) in base al quale Socrate fu condannato. Tutto sembra essere dipeso dalla gelosia-invidia-rancore delle persone più in vista della città.
Nel migliore dei casi Platone riduce il conflitto politico di Socrate con la città a uno scontro di tipo filosofico incentrato sui concetti di "sapere" e di "ignoranza".
E' significativo il fatto che un filosofo idealista come Platone, che ha sempre cercato di dimostrare l'essenza delle cose, qui non riesca assolutamente a chiarire alcunché, anzi, faccia di tutto per mascherare le cose.
Platone ha compiuto nei confronti di Socrate un tradimento analogo a quello che si può riscontrare nel vangelo di Giovanni nei confronti del Cristo.
Domande
1. Perché Socrate rimase ad Atene durante e dopo il golpe dei Trenta Tiranni?
2. Come mai non partecipò alla riaffermazione della democrazia?
3. Come mai venne giustiziato proprio sotto la democrazia?
4. Se Socrate era più vicino all'ideologia dei Trenta Tiranni (che era filospartana), partecipò veramente alla guerra del Peloponneso? Vi partecipò attivamente o passivamente?
Socrate e la questione dell'etica
Come noto, il primo filosofo, nella Grecia classica, che cominciò a considerare l'etica come un valore in sé, un bene comune, a prescindere dall'utile individuale che se ne può ricavare, fu Socrate. Eppure Socrate fu accusato non d'aver valorizzato l'etica, bensì d'averla distrutta. Si diceva che nel suo filosofare c'era troppo ateismo, troppa democrazia.
Gli avversari politici che, pur essendo democratici, volevano un ritorno al passato, quello in cui era più facile stabilire dove fosse il bene e il male, lo misero sullo stesso piano dei sofisti, che con la loro retorica e il sapere a pagamento avevano finito col minare ogni certezza. Pochi avevano capito che a Socrate interessava davvero l'etica.
E pensare che la concezione etica dominante, quella aristocratica, era già stata messa in discussione dai filosofi pre-sofisti, i filosofi della natura, rappresentanti della borghesia residente nelle colonie, i quali, col loro ateismo e materialismo naturalistico, avevano ridicolizzato i miti antropomorfi di Esiodo e di Omero.
L'importanza dell'etica, nella Grecia classica, s'impose all'attenzione della polis in un momento in cui essa aveva dimostrato tutta la propria pochezza nel cercare di trovare una soluzione alle contraddizioni ereditate dal regime aristocratico-militare. Infatti, dopo aver vinto l'impero persiano, grazie all'alleanza tra Atene e Sparta; dopo aver sperimentato una guerra fratricida tra queste due grandi città, in cui Atene ebbe la peggio, facendosi persino dominare da 30 tiranni filo-spartani, che però vennero cacciati dal partito democratico dopo circa un anno di violenze - dopo tutto questo l'etica era sparita.
La decisione di mandare a morte Socrate, nell'illusione di poter recuperare l'autorità e il prestigio che l'etica aveva avuto un tempo, non fu assolutamente in grado di far convergere, intorno a questo delitto di stato, un numero sufficiente di forze per fronteggiare l'invasione dei Macedoni. La Grecia classica, quella delle poleis, era finita. L'ultimo periodo di gloria, di breve durata, fu quello ellenistico di Alessandro Magno.
Le grandi metafisiche di Platone e di Aristotele, in cui l'etica era prevista come un valore fondamentale, indipendente, nella sua verità essenziale, dalle umane applicazioni, come se fosse una sorta di divinità, non erano servite a nulla. Esse furono semplicemente il tentativo illusorio di recuperare in chiave metafisica quanto si era già perduto sul terreno sociale e politico.
SOCRATE E I SUOI SEGUACI: UNA SINTESI
  1. Dalle ricerche naturalistiche allo studio dell'uomo, influenzato dai sofisti (ma supera la sofistica, perché non lega la virtù o il sapere al guadagno, poi perché il suo insegnamento è aperto, pubblico, per tutti, inoltre perché è rivolto alla formazione generale e razionale dell'uomo e non a un fine immediato: ad es. una causa in tribunale).
  2. Filosofia = Conoscere se stessi (iscrizione del tempio delfico). Cioè conoscere le proprie forze conoscendo prima i propri limiti.
  3. Conoscere i propri limiti = "sapere di non sapere" (coscienza della propria ignoranza). Di qui l'ironia socratica, che è premessa della ricerca. Da notare che "sapere di non sapere" è una contraddizione in termini: chi veramente "non sa" non si preoccupa di affermare in positivo la propria ignoranza. L'espressione va dunque colta come provocazione polemica antisofistica. Non un sapere di contenuti precostituiti ma di ricerca.
  4. Uso della confutazione per dimostrare l'ignoranza altrui: attraverso domande insistenti legare una singola affermazione dell'interlocutore ad altre affermazioni, al fine di dimostrarne la loro intrinseca contraddizione (è un procedere sofistico ma per un fine positivo).
  5. Fine positivo: arte maieutica. Gli uomini, dopo essersi liberati della presunzione di sapere, ritrovano in se stessi, in virtù della progressiva confutazione, la verità delle cose. Ovviamente occorre disponibilità alla ricerca.
  6. La ricerca della verità e la pratica della virtù, per essere efficaci, devono avere la caratteristica dell'universalità e della necessità (non della soggettività e contingenza).
  7. Il bene può essere compiuto se l'uomo ha coscienza della verità. Se l'uomo compie il male è perché non ha coscienza del bene (intellettualismo etico di Socrate, secondo la tesi di Aristotele). La scienza comunque deve dominare le passioni e gli istinti.
  8. La verità non sta nelle convenzioni sociali, ma è frutto di una ricerca razionale. Il sapere vero è quello della filosofia, scienza delle scienze, e l'agire vero è quello della politica, che applica la verità della filosofia.
SCUOLE SOCRATICHE MINORI
  • Megarici (Euclide). Il concetto che la virtù è unica viene fuso con l'unicità dell'essere di Parmenide. La virtù diventa ipostatizzata, sottratta alla verifica pratica. Rifiuto della politica e impegno civile. Individualismo. Sensibilità = apparenza (non essere); Ragione = conoscenza. Bene: unico, universale, incomunicabile (ogni discorso scientifico è impossibile. E' valida solo l'intuizione). Bene = Essere; Male = Divenire. Stilpone nega la possibilità di attribuire un qualsiasi predicato a un soggetto: le uniche affermazioni legittime sono quelle basate sul principio di identità (tautologia).
  • Cirenaici (Aristippo). Bene = Piacere (dell'istante nel presente, senza cadere nella schiavitù dei sensi). No al rimpianto del passato né al desiderio del futuro. Edonismo che porta all'epicureismo. Rompe con le convenzioni, i vincoli sociali, la stessa polis e afferma la libertà interiore.
  • Cinici (Antistene e Diogene). Se virtù è il bene, allora occorre fatica, sacrificio. Il cinico è autosufficiente, spoliticizzato. Indifferenza nei confronti del mondo (questo porterà allo stoicismo). La morte di Socrate è prova del fallimento degli ideali democratici della polis. Se la virtù è scienza, si può conoscere solo ciò che riguarda il comportamento individuale nel presente: di qui il rigido nominalismo ("Vedo i cavalli, ma non la cavallinità", dirà Antistene a Platone).
SINTESI DIDATTICA
Biografia di Socrate
Della biografia di Socrate merita d'essere ricordato ch'egli visse in un periodo in cui poté vedere il trionfo dei greci contro i persiani, la svolta democratica dello statista Pericle, la guerra del Peloponneso tra Atene Sparta, il governo oligarchico dei 30 tiranni e il ritorno dei democratici ad Atene, i quali lo condannarono a morte per aver corrotto i giovani con le sue idee ateistiche.
Una vita abbastanza lunga, di circa settant'anni, in cui Socrate, pur avendo salvato la vita ad Alcibiade e a Senofonte in due battaglie militari contro Sparta, non ottenne alcun riconoscimento. Egli inoltre poté vivere indisturbato ad Atene sotto il governo filo-spartano dei 30 tiranni e venne costretto al suicidio dai democratici, lui che, per come si poneva, era la quintessenza della democrazia.
Ancora oggi è difficile dire quanto vi sia di vero o di inventato nelle biografie di Socrate che ci sono pervenute.
Fonti
La principale fonte del pensiero di Socrate è quella di Platone, che però, per molti versi, è anche quella più falsa. A dir il vero, di tutte le fonti che ci sono giunte, nessuna sembra aver interpretato adeguatamente questo filosofo, per cui un "problema Socrate" sussiste ancora oggi.
Forse la più attendibile è quella di un suo diretto avversario, il commediografo conservatore Aristofane, che, nella sua commedia Le nuvole, scritta circa 25 anni prima della morte di Socrate, lo dipinge come un intellettuale pericoloso, in quanto ateo e sovversivo, seguace di Anassagora, che aveva subito un processo, nel 433 a.C., proprio a motivo del suo ateismo.
La seconda fonte è quella di Policrate, del 393 a.C., il quale, per giustificare la condanna a morte voluta dei democratici, fa passare Socrate per un partigiano dell'oligarchia dei 30 tiranni. Socrate però non ebbe alcuna parte del governo dei tiranni, anche se nella sua cerchia aveva accolto uomini ritenuti ambiziosi e pericolosi come Alcibiade e Crizia. In ogni caso i democratici che subentrarono ai tiranni non furono meno autoritari.
Senofonte dipinge Socrate come uomo rispettabile e di buon senso, vedendolo solo sul piano etico, non politico, sicché non fa capire minimamente la decisione di mandarlo a morte.
I socratici minori si limitarono a estremizzare, del pensiero socratico, soltanto alcuni aspetti, per cui restano poco significativi.
Alla fine non resta che la versione data dal suo principale discepolo, Platone, nei suoi numerosi testi, tra i quali spicca ovviamente L'apologia di Socrate, dove però il maestro non viene ritenuto né ateo né sovversivo, ma soltanto un filosofo che usava l'ironia in modo provocatorio, al fine di smontare le false certezze dei vari interlocutori, sicché questi l'avrebbero eliminato quasi per motivi personali.
Il rifiuto di scrivere
La cosa più singolare, nella vita e nella filosofia di Socrate, è che egli rifiutò di scrivere anche la più piccola riga, ritenendo la scrittura del tutto inutile ai fini della ricerca della verità. Socrate preferiva il rapporto diretto, personale. Questo vuol dire che non possiamo stabilire con certezza, quanto nei dialoghi platonici appartenga davvero a lui o non gli sia stato attribuito dallo stesso Platone.
P.es. è dubbio che Socrate ritenesse la politica un mestiere soltanto per persone competenti e che abbia detto che la virtù può essere insegnata come una scienza o che il bene non possa essere compiuto senza avere prima una conoscenza della verità. Non solo Socrate non scrisse mai nulla ma probabilmente non fondò mani una vera e propria scuola filosofica.
Differenze dai Sofisti
Nei manuali di filosofia Socrate viene considerato un sofista, ma con delle differenze fondamentali, la prima delle quali è che non si faceva mai pagare per le cose che diceva, in quanto non cercava di soddisfare l'utile politico o giudiziario del cliente. Siccome si poneva l'obiettivo di ricercare la verità delle cose, il suo insegnamento poteva essere soltanto pubblico e non poteva certo permettere che il relativismo dei sofisti sfociasse nello scetticismo.
Sintesi del suo pensiero secondo Platone
Le idee fondamentali di Socrate sono quelle che gli vengono attribuite da Platone:
  • Socrate non s'interessa di filosofia della natura, ma solo dell'uomo: in questo assomiglia ai sofisti.
  • Per lui però la filosofia non è un saper fare qualcosa per ottenere un utile, ma è la ricerca della verità delle cose.
  • Questa ricerca parte dal fatto che uno deve anzitutto conoscere se stesso, cioè le proprie possibilità e i propri limiti.
  • Conoscere i propri limiti significa dover ammettere di sapere di non sapere, che è un modo per dire che la ricerca personale della verità non ha mai fine.
  • Per smontare le false sicurezze degli altri, Socrate usa l'arte sofistica di porre continue domande, fino al punto in cui l'interlocutore arriva a contraddire se stesso.
  • Tuttavia Socrate fa questo non tanto per dimostrare, usando anche lo strumento dell'ironia, che una verità assoluta non esiste, ma per far capire all'interlocutore che la verità la deve cercare dentro di sé. Il fine positivo del suo procedere sofistico è la maieutica, che è l'arte di far uscire la verità dalla coscienza di chiunque voglia davvero cercarla.
  • Ma per cercarla davvero occorre una certa predisposizione al bene. Ecco perché la ricerca della verità e la pratica della virtù devono in qualche modo coesistere o addirittura coincidere.
  • Perché la verità e il bene non siano vissuti solo soggettivamente, occorre avere consapevolezza della loro necessità e universalità.
  • Quindi, in un certo senso, non è possibile compiere il bene se non si ha coscienza della verità.
  • L'uomo compie il male perché ignorante del vero bene. Quindi prima di tutto va edotto in maniera filosofica e solo dopo può partecipare alla vita politica.
QUADRO STORICO DELL'EPOCA DI SOCRATE, PLATONE E ARISTOTELE

Morte di Socrate, di J. L. David, Metropolitan Museum Art di N.Y.

A partire dalla fine del VII sec. a.C., mentre si andavano consolidando gli stati ateniese e spartano, in Oriente l'impero prima dei Medi e poi dei Persiani raggiungeva il culmine della propria potenza ed espansione territoriale. Il re Dario aveva dato al grande impero persiano una solida organizzazione di tipo burocratico-istituzionale, politico, finanziario e fiscale, imperniata sul decentramento amministrativo, sull'autosufficienza economica e sulla figura del sovrano, vero fulcro non solo simbolico dell'unità di uno stato estesissimo e plurinazionale. L'affermazione sull'altra sponda dell'Egeo delle pòleis greche rendeva inevitabile il confronto fra due realtà politiche apparentemente inconfrontabili, ma di fatto concorrenti nell'area economica del Mediterraneo centro-orientale. All'inizio del V secolo una rivolta delle città greche sulle coste dell'Asia Minore, già da tempo assoggettate al re di Persia, fu la causa dell'esplosione di un grande conflitto che coinvolse tutte le principali pòleis greche.
L'invasione della Grecia peninsulare da parte delle preponderanti forze persiane fu tuttavia arrestata dai Greci fra il 490 e il 478 a.C. nelle celebri battaglie di Maratona, di Salamina, di Platea e del promontorio di Micale sulla costa asiatica.
All'imprevedibile, grande vittoria delle pòleis sul gigante persiano seguì un cinquantennio di relativa pace per la Grecia, durante il quale si andò accentuando la rivalità politica fra Sparta e Atene. Le due città, attraverso lo strumento rispettivamente della "lega peloponnesiaca" e della "lega delio-attica", consolidarono la loro egemonia su molte altre pòleis, creando di fatto due forti entità politiche in concorrenza fra loro.
Attorno al 460 a.C. fece la sua comparsa sulla scena politica ateniese un personaggio che avrebbe guidato la città per più di trent'anni, Pericle. La sua azione politica si orientò, all'interno, nel senso di un allargamento e di una razionalizzazione delle istituzioni democratiche, che si accompagnò a uno sviluppo della cultura e delle arti: nell'Atene di Pericle la civiltà ellenica toccò in effetti i vertici espressivi nel campo delle arti figurative, dell'architettura, della storiografia e del teatro. In politica estera, invece, Pericle accentuò il ruolo guida ateniese sulla lega delio-attica, che fu trasformata in un vero e proprio impero coloniale sul quale agiva con funzioni di controllo e repressione la potente flotta militare di Atene. Il crescere della potenza ateniese provocò un primo scontro con Sparta, che alcuni storici definiscono "prima guerra del Peloponneso", risoltosi nel 446 con una pace che precedette di poco un altro trattato stipulato da Pericle con i Persiani.
Dopo un quindicennio di tregua, il conflitto fra le due principali pòleis greche, riprese però nel 431, due anni prima della morte di Pericle, stroncato dalla grande epidemia, probabilmente di vaiolo, che infuriò in Grecia in quel periodo. Interrotta dalla pace di Nicia del 421, la guerra riprese poco dopo e questa volta, a causa degli errori di carattere politico-militare del nuovo rappresentante politico ateniese, Alcibiade, si concluse in un definitivo disastro per Atene, occupata dagli spartani che vi instaurarono un governo oligarchico a loro fedele.
Dopo questa sconfitta Atene visse anni difficili di crisi economica, istituzionale e morale, anche se la democrazia fu ripristinata: un tentativo della rinata democrazia ateniese di sottrarsi all'egemonia spartana ebbe l'effetto di far rientrare ufficialmente i Persiani (alleati di Sparta) nel gioco politico greco: nel 386 a.C. il re di Persia Artaserse ordinò lo scioglimento di tutte le leghe greche, fatta eccezione per la lega peloponnesiaca, e impose il controllo persiano sulle città greche dell'Asia.
Apparentemente Sparta, che poteva ora contare anche sul potentissimo alleato persiano, era ormai padrona della Grecia, ma l'ostilità generalizzata che la politica filopersiana incontrava nell'Ellade da un lato, e le forti tensioni sociali interne dall'altro, determinarono anche per la città dorica una repentina decadenza. Nel 371 a.C. per la prima volta l'esercito spartano veniva sconfitto a Leuttra, in campo aperto, dall'esercito di una città emergente della Beozia, Tebe.
Sotto la guida di due personaggi di eccezionali capacità, Pelopida ed Epaminonda, Tebe, fino ad allora comprimaria nelle grandi vicende della storia greca, aveva conseguito una solidità politica, economica e militare che, in coincidenza con la crisi di Atene e Sparta, le consentì di occupare imprevedibili spazi di potere. Dopo Leuttra i Tebani costrinsero Sparta a sciogliere la lega del Peloponneso, mentre alcune popolazioni sottomesse dello stesso Peloponneso si ribellavano ai dominatori spartani. L'egemonia di Tebe andò consolidandosi fino al 362, anno della vittoriosa battaglia di Mantinea, combattuta dai Tebani contro una coalizione di forze ateniesi e spartane. Nella battaglia perse la vita Epaminonda: la scomparsa della guida politica, militare e spirituale della città significò per Tebe l'inizio di un rapido declino.
A nord-est della penisola ellenica si trova una regione, la Macedonia, che per secoli era rimasta ai margini dello sviluppo della civiltà greca, vivendo soltanto di riflesso le grandi vicende politiche del V e dell'inizio del IV secolo a.C. I Macedoni, popolo di agricoltori e di pastori, erano considerati dagli altri greci come semibarbari; essi non avevano conosciuto la rivoluzione della pòlis, ma erano governati da un sovrano dotato di poteri soprattutto militari e affiancato nella gestione dello stato da un'assemblea di nobili proprietari terrieri. Nel 359 a.C. salì sul trono di Macedonia Filippo II: nell'arco di vent'anni il nuovo re trasformò radicalmente lo stato macedone, fino a farne la maggiore potenza del mondo greco. Compiuta la sua opera di riorganizzazione, Filippo si assicurò l'appoggio di molti aristocratici delle pòleis greche, ma l'ostilità nei suoi confronti dei regimi e dei partiti democratici rese inevitabile lo scontro armato. Nel 338, a Cheronea, in Beozia, l'esercito di Filippo II sbaragliò una coalizione antimacedone formata da Atene, Tebe, Corinto e altre città minori e fortemente voluta dall'oratore e uomo politico ateniese Demostene. La vittoria pose tutta la Grecia continentale nelle mani di Filippo, che cominciò a pensare ad una espansione verso E; mentre si accingeva però ad organizzare una spedizione contro i Persiani, il re venne assassinato in una congiura di palazzo, nel 336 a.C.
A Filippo successe il figlio ventenne Alessandro, le cui capacità furono subito messe alla prova da una ribellione delle città greche. Soffocata la rivolta, Alessandro riprese l'opera incompiuta del padre e organizzò una grande spedizione contro l'impero persiano. Gli eserciti macedoni varcarono il Bosforo nel 334 e in poco più di tre anni conquistarono l'enorme regno persiano.
La straordinaria conquista, che poneva nelle mani di Alessandro il dominio più vasto del mondo antico, non si giustifica solo in funzione di espandere il potere della Macedonia, ma ha un senso in rapporto all'aspirazione all'impero universale che Alessandro perseguiva. Il progetto di Alessandro, uomo di vastissima cultura letteraria e filosofica, era quello di costruire uno stato "universale", patria di tutte le genti del mondo, unite sotto la guida di un unico monarca, pur conservando ciascuna la propria lingua, i propri costumi, le proprie tradizioni, la propria identità culturale ed etnica. Questo grande progetto, che prevedeva la futura conquista dell'Arabia e del Mediterraneo occidentale, fu interrotto dall'improvvisa quanto prematura morte del re avvenuta nel 323 a.C.
Nessuno fu in grado di raccogliere la sua eredità: l'impero si spezzò in tanti regni (detti ellenistici) dominati ciascuno da un suo ex-generale. Attraverso guerre ripetute che mutavano quasi di anno in anno i confini delle monarchie dei diadochi (così si chiamavano i successori di Alessandro) emersero tre stati principali - il regno di Siria, sotto la dinastia dei Seleucidi; il regno d'Egitto, sotto la dinastia dei Lagidi; il regno di Macedonia, sotto la dinastia degli Antipatridi - e una serie di regni minori. Gli stati ellenistici, alcuni dei quali ebbero vita assai lunga, cadendo solo sotto il dominio della potenza romana, furono per lo più assai ricchi e prosperi e in essi si perpetuarono i caratteri della civiltà dell'Ellade.
L'età ellenistica in genere fu un'età di netta separazione fra vita politica e vita culturale; dopo il periodo della democrazia le masse, non più di cittadini ma di sudditi, si allontanarono dall'attività pubblica per concentrarsi sull'attività economica, sulla speculazione filosofica senza impegno politico, sulla ricerca dell'arricchimento o di valori alternativi. Ne risultò una realtà dagli aspetti contraddittori, di benessere ma non di libertà, di grandi realizzazioni artistiche ma di disimpegno degli intellettuali, di sviluppo dell'iniziativa imprenditoriale ma di caduta delle tensioni ideali. Della grande epoca della civiltà greca restavano l'aspirazione a conoscere e a indagare i segreti della natura, la tolleranza, il rispetto della dignità umana, l'universalismo, il cemento di una lingua comune (la koinè greca) parlata in tutto il Mediterraneo, nel Vicino e nel Medio Oriente fino alle terre dell'India.
IL PROBLEMA SOCRATE
Prima di affrontare qualunque tipo di discorso su Socrate, occorre tenere presente una serie di problemi legati alle diverse interpretazioni che del suo pensiero sono state date; causa principale di questi problemi è il fatto che Socrate non ha scritto nulla, per cui noi conosciamo il contenuto principale del suo pensiero solo indirettamente attraverso l'opera di altri autori, in particolare di Platone.
Le fonti cui noi attingiamo sono tutte interpretazioni, senza dubbio calate nella storia, ma, proprio per questo, modi diversi di collocare la funzione di Socrate, a seconda del tempo, della personalità dell'autore, del suo modo di concepire e della sua formazione.
Fin da dopo la morte del filosofo c'è stato chi ha puntato o agiograficamente ad una ricostruzione di un Socrate moralista e predicatore (Senofonte), o storicamente ad una ricostruzione del personaggio, collocato in Atene, che tiene conto del suo ruolo culturale e politico (Platone).
Un altro fatto che pone degli interrogativi è la scelta di Socrate di non scrivere nulla; secondo Platone egli scelse di agire in questo modo perché lo scrivere era per lui un modo di costituire un sistema definitivo destinato a divenire ben presto "passato", incapace di tener conto degli altri e di diversificarsi dialetticamente di volta in volta a seconda delle situazioni, come voleva invece la sua filosofia. Occorre precisare inoltre che con il termine dialettica in Socrate si intende un modo nuovo di ragionare, una tensione a discutere volta a volta la validità di una proposizione, all'interno di un discorso etico che vuole costruire degli uomini e non dei dotti.
Dalle testimonianze in nostro possesso emerge l'immagine di un Socrate stimolante e provocante al tempo stesso, tutto teso a far sì che ciascuno sia veramente se stesso, consapevole del proprio modo di agire e di pensare, in condizioni storiche ben precise; egli si rivolge sempre ad una determinata persona e non all'umanità, vale a dire che cala il suo discorso in una realtà ogni volta diversa. La sua attività è tutta volta al saper pensare, a porre le condizioni perché si abbiano dei discorsi corretti.
Una parte della critica non si è limitata però ad affermare che Socrate non ha scritto nulla, ma si è spinta sino a negare l'esistenza stessa del personaggio, affermando che la filosofia cui Socrate dedicò la sua vita, non è metafisica, dogmatica o scettica, e nemmeno scienza popolare, ma solo ricerca di vita etica personale. Questa posizione estrema può essere vista come la conseguenza della difficoltà di collocare storicamente il filosofo e di riuscire a distinguere nettamente i contorni della sua filosofia da quella di Platone.
Il problema delle diverse interpretazioni di Socrate si riflette anche sulle notizie biografiche a nostra disposizione: quelle attendibili sono infatti poche, mentre disponiamo di molte notizie che contrastano fra loro a seconda della fonte, per cui non possiamo considerarle come attendibili. Sappiamo che nacque ad Atene dallo scultore Sofronisco e da Fenarete nel 470/469 a.C. circa, e che morì condannato a morte nel 399. Il padre, scultore, doveva essere tenuto in buona considerazione e la madre, di buona famiglia, aveva l'abitudine di aiutare le donne a partorire. Socrate apparteneva alla classe media e fu educato come tutti i giovani del suo tempo (ginnastica, musica e poesia).
Nulla sappiamo però della sua giovinezza, della sua formazione e della sua maturità. Pare che dopo la morte del filosofo si sia aperta una lunga discussione in cui ognuno dei socratici avrebbe esposto il suo Socrate cercando di imporlo all'attenzione degli altri: naturalmente ognuno tendeva a mostrare un Socrate funzionale alle proprie idee e al proprio pensiero. Tra i vari Socrate alcuni vanno presi in seria considerazione al fine di ricostruire un'immagine autentica del filosofo, e sono quelli di Aristofane, di Platone, di Senofonte e di Aristotele.
IL PENSIERO DI SOCRATE
Aristofane parla di Socrate nella commedia "Le nuvole": in questa egli delinea una triste situazione di fatto, un tipo di costume quotidiano volgare fatto di uomini qualunque, tutti tesi al proprio interesse e indifferenti alle gravi vicende di quel periodo (siamo nella prima fase della guerra del Peloponneso). Per Aristofane Socrate è il simbolo della dissacrazione e demistificazione dell'antico mondo di Atene, molto più pericoloso dei sofisti e degli scienziati che vivevano allora nella città. In questa commedia viene offerto un quadro storicamente efficace della cultura e della problematica di Atene dalla fine delle guerre persiane al principio della guerra del Peloponneso.
In quest'ambito assistiamo all'accostamento tra la fisica di origine ionica, con particolare riferimento agli sviluppi dati alla ricerca da Anassagora (il quale, non dimentichiamolo, aveva introdotto la filosofia ad Atene) e la retorica di Gorgia, Protagora e degli altri sofisti. Il leitmotiv è il seguente: il vecchio Zeus è morto e al suo posto è subentrata la natura.
Anassagora aveva dato un contributo alla scienza della natura con la sua dottrina dei semi originari, che altro non erano se non le ipotesi che lo scienziato deve formulare per fare avanzare l'indagine, e che offrono poi materia per progredire ulteriormente con altre ipotesi. In questo modo Anassagora stava dissacrando la natura, cercando una spiegazione scientifica di essa. Il pensiero di questo filosofo fu considerato molto pericoloso dai conservatori di Atene, i quali intentarono un processo contro di lui; a salvarlo fu la difesa di Pericle (che pure non era ben visto dai conservatori a causa della sua politica democratica). In ogni caso Anassagora dimostrò che era possibile una diversa concezione dei fenomeni e della natura, qualora si prescindesse da ogni ordine teologico.
I sofisti, dal canto loro, muovendo da diverse premesse, mettevano in discussione lo stesso ordine di idee che regnava nell'Atene di quel tempo. Mediante l'arte del discorrere essi mostrano come sia possibile creare delle verità che tali non sono, se non in quanto chi le presenta è capace di imporle all'attenzione del pubblico: mediante la parola si costituiscono la giustizia e la legge, ma si tratta di una giustizia e di una legge dell'uomo.
Per Aristofane tutto questo movimento di idee faceva parte di un'epoca di crisi e di profondi cambiamenti che attraverso "Le nuvole" egli si proponeva di descrivere.
Dal testo della commedia di Aristofane possiamo comprendere che: Socrate era già, nel 424-23, un personaggio conosciuto e criticato dalla gente "bene"; che era l'unico ateniese consapevole di una cultura nuova che cercava di esporre ai suoi concittadini, ai quali cercava di far capire che occorre essere consapevoli di sè, non conformandosi ai costumi passivamente accettati.
Sempre in quest'opera emerge la vocazione maieutica di Socrate, la quale consiste nell'interrogare, nel porre domande e nel provocare delle risposte; nel far scaturire la verità (non quella di Socrate, ma dell'interrogato), attraverso un processo in cui il sapere scaturisce dall'uomo come un bambino dalla madre, e come un bambino ha bisogno dell'aiuto dell'ostetrica per nascere, così la verità ha bisogno dell'opera del filosofo (e proprio di questa funzione si sente investito Socrate).
Il Socrate delle "Nuvole" è un Socrate rivoluzionario, critico delle vecchie concezioni teologiche assunte per tali e critico dei costumi, pericoloso per l'ordine costituito perché insegna queste cose ai giovani e li allontana così dai valori tradizionali. Nell'opera di Aristofane sono già presenti molti degli elementi che serviranno di base per l'interpretazione che di Socrate darà Platone, come la maieutica, la brachilogia (arte del discorso breve), l'ironia, la confutazione, la dialettica e la domanda fondamentale "che cos'è" (ti estì).
Indubbiamente il Socrate che viene fuori da Platone è, rispetto a quello di Aristofane, assai diverso, estremamente più ricco e problematico. Platone interpreta Socrate dopo il processo e la condanna a morte, venticinque anni dopo l'interpretazione di Aristofane: è chiaro che pur mantenendo alcune caratteristiche fondamentali, molte cose erano anche cambiate. Quando Platone scrive l'Apologia, la situazione di Atene è di nuovo critica: uscita sconfitta dalla guerra del Peloponneso si trova nella stessa situazione in cui si trovava al tempo in cui Aristofane scrisse "Le nuvole", e questo ci aiuta a capire come mai nuovamente venissero mosse a Socrate quelle accuse di corruzione della gioventù e di introduzione di nuove divinità che i conservatori gli muovevano. Inoltre il Socrate che conosce Platone è un Socrate che si occupa con sempre maggiore attenzione dei problemi della sua città e per questo sempre più fastidioso.
Platone studia a fondo l'ambiente storico che è alla base della mentalità allora diffusa e analizza certe concezioni della Sofistica su cui sembra basarsi l'azione politica di quegli anni. All'interno del dibattito che egli va ricostruendo, l'atteggiamento critico di Socrate è visto da un lato come tensione socratica ad una riforma morale, mentre dall'altro come primo abbozzo di premesse adialettiche, e perciò universali, non storiche o basate su opinioni come per certi sofisti, da cui dedurre un discorso scientificamente valido, sia pur ancora sul piano morale e politico (sarà questa l'interpretazione più propriamente platonica).
I dialoghi di Platone, da cui noi attingiamo gran parte delle informazioni su Socrate, devono essere sempre collocati in una precisa situazione storico-culturale.
Per quanto riguarda il rapporto di Socrate con i fisici, anche Platone, come Aristofane, considera questo legame come importante, ma nega le conseguenze che vi attribuiva Aristofane, nega cioè che da questi rapporti siano derivate le accuse di empietà e di aver sostituito a Zeus altre divinità, che a Socrate erano state rivolte. L'interesse di Socrate per la dialettica di Zenone e, in particolare, per il pensiero di Anassagora, sono cosa nota: ma Socrate, come Platone mette in evidenza, supera quelle posizioni, non limitandosi a constatare, come aveva fatto inizialmente, che la fisica non era disciplina in cui lui fosse competente; giunge così a delineare un problema di metodo, per cui il metodo delle scienze naturali porta ad un tipo di spiegazioni (valide se non si pretende di esaurire tutto il sapere in esse assolutizzandole), mentre il metodo della riflessione su di sé, del dialogo porta ad altri risultati, validi sul piano umano per quanto riguarda il modo in cui l'uomo costituisce se stesso come uomo e come cittadino.
In questo modo Socrate passa dal sapere di non sapere ad un sapere umano che non è un tipo di sapere dato, ma un sapere che si costituisce mediante la ricerca stessa, il dialogo, in un susseguirsi di ragioni che vengono poi nuovamente messe in discussione. Proprio il sapere di non sapere è un tema del pensiero socratico caro a tutti i manuali, ma troppe volte semplificato e, per questo, travisato e trattato alla stregua di un motto di spirito.
Si trattava invece di un'affermazione estremamente seria e lungi dal voler essere semplicemente un metodo per irritare gli altri interlocutori, come molte volte è stato inteso; attraverso questa affermazione Socrate affermava la necessità di un sapere che non fosse ricerca di verità assolute, di principi primi, ma che fosse conoscenza dell'arte stessa del ragionare, dialogo all'interno del quale una verità appena raggiunta poteva poi essere nuovamente messa in discussione e abbandonata senza per questo che l'intero sistema di ragionamento andasse in crisi.
Non bisogna nemmeno pensare che questo volesse significare che il pensiero socratico altro non fosse se non un'appendice della sofistica, perché in quel suo parlare di una scienza dell'uomo che si distingue dalle scienze naturali è presente un'intuizione estremamente importante, vale a dire la comprensione che l'uomo necessita di criteri e metodi d'indagine diversi da quelli che occorrono nell'indagine della natura (e questa consapevolezza non era presente nei sofisti).
Un altro tema che è stato interpretato negativamente è l'ironia socratica: essa non è altro che un modo di interpretare il modo di confutare socratico da parte di coloro che da lui erano messi in imbarazzo, come per esempio i conservatori o tutti quei sapienti che si mostravano sicuri di sé, escludendo ogni altra altra ragione come impossibile. Questa ironia non era affatto un modo di scherzare sulle cose, ma un metodo serio che consisteva nell'essere sempre pronto a rimettere in discussione tutto, sottoponendolo ad un nuovo esame.
Socrate non si considera maestro di nessuno (Platone infatti lo chiama amico, ma non maestro); egli che ha abbandonato le ricerche delle ragioni e delle cause del tutto per ripiegare sul pensiero umano e sullo studio del modo in cui si pensa, parte sempre senza sapere nulla perché sa che il sapere si rivelerà nello stesso ragionare con gli altri, dopo averli spogliati delle facili verità di cui si sentono portatori. L'unico merito che si attribuisce, e che è anche un modo per definire la sua funzione nel dialogo, è quello di aver guidato gli altri in quella ricerca della verità; egli li ha aiutati a partorire se stessi, cioè ad estrinsecare quella verità che era già in loro ma che essi da soli non riuscivano a far "nascere" (è l'arte della maieutica). Pare che lo stesso Socrate alludesse scherzosamente a questa funzione di ostetrica, che egli avrebbe ereditato dalla madre levatrice.
Il sapere socratico non è né sapere teoretico, né sapere tecnico, ma è un altro tipo di sapere, un sapere che si attua nel realizzare pienamente il sé che ciascuno è in una consapevolezza critica dei propri limiti, ogni volta sapendo come è bene attuare il proprio mestiere, e quindi anche quello di uomo. Per Socrate non v'è moralità se non vi è dubbio e se non vi è una discussione nella quale ogni singola ragione, anziché contrastare le altre, si unisce alle altre per dare origine ad una ragione superiore.
Non esistono il bene e il male in sé, ma esiste il far bene una cosa (se conoscessimo il bene e il male sceglieremmo, secondo Socrate, sempre il bene). Questa è la strada che porta Socrate ad affermare che nessuno fa il male volontariamente e che il male è ignoranza, cioè agire senza esame, quell'esame da cui scaturisce il sapere.
Il bene assoluto quindi non esiste, e il bene di oggi potrebbe non essere il bene di domani, in quanto il bene, come le altre verità, scaturisce da una continua ricerca. La morale di Socrate non insegna, non fa prediche, ma vuole solo che ognuno faccia nel modo migliore ciò che deve fare. Egli si sente investito di questa missione, che consiste nell'essere un pungolo nei confronti degli altri affinché possano migliorare il loro modo di vivere e di agire, in quanto da questo miglioramento trarrà beneficio tutta la società.
Inoltre egli voleva così fare in modo che fossero superate tutte quelle verità superficiali che il popolo accettava passivamente, e che si fosse invece cercata un'altra e più sicura verità: solo alla luce di queste premesse è possibile comprendere il significato dell'atteggiamento di Socrate quando cerca di far capire ai suoi interlocutori, che si credono sapienti, che in realtà non sanno nulla.
Per poter agire nel modo giusto e, quindi, fare il bene, occorre anche sapere come è bene far bene ciò che si fa. Il significato dell'affermazione socratica che nessuno fa il male volontariamente, che il male è ignoranza perché consiste nel non aver saputo agire, nel non aver avuto la virtù, include in sé una conclusione paradossale, e cioè che è preferibile chi fa il male consapevolmente a chi fa il bene per abitudine, senza comprendere il perché lo fa.
E' questo paradosso l'aporia del sapere socratico, che consiste nel fatto che da un lato tale sapere non ha alcun contenuto, ed è perciò un sapere nulla, e dall'altro lato che il suo contenuto lo trova di volta in volta mediante lo stesso ragionare, per cui salta via qualsiasi metro obiettivo su cui commisurare il bene e il male. Si scopre così che non esiste nemmeno un male in sè, in quanto il male, nel pensiero socratico, consiste nel non aver saputo agire.
Dopo queste considerazioni è più semplice comprendere anche il significato del dèmone socratico: questi è un invito a non accontentarsi mai, a non accettare nulla se non attraverso il vaglio critico della ragione. Socrate è dèmone per gli altri, in quanto li richiama al dovere di far bene quello che devono fare e, in particolare ad essere se stessi, a realizzare nel modo migliore il loro essere uomini. Il dèmone di Socrate non è né l'intuizione, né l'ispirazione, né l'interna voce romantica che dice quello che dobbiamo fare, né la presenza del divino (come affermava Senofonte): è l'opposto, è un alt, un richiamo all'attenzione.
Il rischio principale, corso dal pensiero socratico, è quello di cadere in un relativismo di tipo sofistico, rischio prodotto più dalle interpretazioni errate del messaggio socratico che non dalla effettiva portata di quel pensiero, come abbiamo avuto modo di vedere; è infatti chiara la differenza fra il discorso socratico, in cui la persuasione è basata sul ragionamento, e quello sofistico, in cui si tratta invece di una persuasione basata sulla retorica. La differenza emerge anche dal diverso tipo di discorso che viene usato da Socrate (la brachilogia, ovvero discorso breve, rispetto alla macrologia dei sofisti).
Riguardo alle conclusioni del pensiero socratico, i pareri di diversi filosofi dell'epoca divergono da quello di Platone: per Platone si possono già trovare, nell'indagine socratica, le tracce di un primo tentativo di definizione positiva della cosa in sé, che poi sarebbe il preludio alla dottrina delle idee di Platone, mentre per altri non vi sarebbero tracce di ciò nel pensiero socratico.
L'ultima immagine del pensatore ateniese è quella del processo e della condanna a morte, un'immagine che è stata oggetto di tante indagini ed analisi e, spesso, anche di interpretazioni forzate, che si sono limitate a cogliere nella scelta socratica di morire solo l'aspetto eroico. Non vi è solo eroismo nell'Apologia di Socrate, ma vi è l'atto di estrema coerenza di un pensatore che non viene mai meno ai suoi principi.
L'uomo per Socrate è tale non se è isolato, ma nel momento in cui vive in società, e nella società esistono le leggi, che sono il fondamento della vita in comune; l'uomo che agisce nel modo migliore, che vuole essere veramente uomo, e realizzare così i principi dell'etica socratica, deve rispettare le leggi dello stato in cui vive. La scelta fondamentale di Socrate non è allora tra la vita e la morte, se non indirettamente, ma tra l'agire nel migliore dei modi possibili, e cioè rispettando le leggi, e il venir meno a questo principio fondamentale della sua etica, cosa che sarebbe risultata assai grave in quel preciso momento storico.
Al termine di questa analisi emerge con chiarezza la difficoltà di delineare con precisione il personaggio Socrate e il suo pensiero, ma emergono anche alcuni punti chiave sui quali non vi sono dubbi, nonostante nel tratteggiare questa figura storica siamo stati costretti a comporre un mosaico di interpretazioni spesso in disaccordo fra loro.

BIBLIOGRAFIA
- SOCRATE. TUTTE LE TESTIMONIANZE, LATERZA 1971
- F. ADORNO, INTRODUZIONE A SOCRATE, LATERZA 1970
- G. GIANNANTONI, CHE COSA HA VERAMENTE DETTO SOCRATE, UBALDINI 1971
- AA.VV., MARXISMO E SOCIETA' ANTICA, FELTRINELLI 1977
- W. JAEGER, PAIDEIA, 2° VOL., LA NUOVA ITALIA 1978

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