mercoledì 21 novembre 2018

LA SCUOLA DI MILETO  E LA NASCITA DELL'ATEISMO FILOSOFICO

AnassimeneTaleteAnassimandro

Nel VI sec. a.C. Mileto, una delle tante colonie greche del Mediterraneo, posta nella Jonia, sulla costa occidentale dell'Asia Minore (l'odierna Turchia), doveva essere una città straordinariamente versatile, aperta a ogni influsso straniero proveniente da Anatolia, Fenicia, Egitto e Mesopotamia, vitalissima sul piano commerciale, con una ricca borghesia marittima, poco avvezza a riconoscere all'aristocrazia della madrepatria un potere significativo su di sé.
S'era formata, come tante altre della Jonia (Efeso, Samo, Chio, Colofone...), in seguito alle invasioni doriche del XIII-XII sec. a.C., che avevano costretto molti greci a espatriare. Era diventata la più ricca di tutto il mondo ellenico e il suo unico grave errore fu quello di sottovalutare la potenza dell'impero persiano del re Dario, che nel 494 a.C. la rase al suolo.
La filosofia greca non nacque ad Atene ma proprio a Mileto, che diede i natali ai primi tre "naturalisti" o "filosofi della natura (physis)", detti anche "presocratici" o "presofisti": Talete (624/3-546/5), Anassimandro (610/9-547/6), suo discepolo, e Anassimene (546/5-528/25), discepolo di Anassimandro. Le date sono molto incerte, ma possiamo riferirci con sicurezza a un periodo che va dalla fine del VII sec. a.C. alla seconda metà del VI sec.
Con loro non nasce solo la filosofia ma anche l'ateismo in epoca schiavistica, senza poi considerare che faremmo loro un torto se li considerassimo soltanto dei "filosofi": in realtà erano anche scienziati, politici, tecnici... Tanto per fare un esempio si può ricordare che Talete elaborò (non senza suggestioni caldee o babilonesi) un fondamentale teorema geometrico secondo cui un fascio di rette parallele secante due trasversali determina su di esse classi di segmenti direttamente proporzionali.

Quando un fascio di rette parallele (t1,t2,t3) viene attraversato da due secanti (r1,r2) non parallele, i loro segmenti opposti (omologhi) determinano un rapporto costante tra loro, nel senso che AC e BD sono equivalenti (in senso proporzionale), e così i segmenti CE e DF e quindi i segmenti AE e BF.Successivamente Euclide dimostrò il valore di questo teorema attraverso l'uso delle proporzionalità fra le aree dei triangoli.
Dal teorema di Talete derivano due corollari complementari che assieme costituiscono le dimostrazioni fondamentali di Euclide:
- una retta parallela al lato di un triangolo determina segmenti proporzionali sugli altri due lati;
- una retta che determina su due lati di un triangolo segmenti proporzionali, è parallela al terzo lato.
Quindi due triangoli aventi coppie di lati proporzionali e l’angolo ivi compreso congruente, sono simili.
Questi principi torneranno utilissimi ai pittori dell'Umanesimo italiano interessati alla prospettiva.
Sempre grazie agli studi sulle proporzioni tra oggetti, Talete era in grado di stabilire l'altezza delle piramidi egizie usando la loro ombra e l'ombra di un paletto posto al loro fianco.
Egli fu anche in grado di predire un'eclissi solare (forse quella del 585 a.C.), di sfruttare economicamente la previsione di un fiorente raccolto d'olive, di scoprire la proprietà del magnete che attira il ferro, di fissare i solstizi invernali, di definire l'importanza dell'Orsa Minore... Partecipò attivamente alla vita politica di Mileto proponendo una confederazione fra le città ioniche, onde poter meglio affrontare i pericoli di un'invasione dalla Lidia.
Anassimandro invece introdusse in Grecia lo gnomone (l'asta della meridiana), che, sempre sfruttando l'idea dell'ombra, permette di calcolare lo scorrere del tempo. Proprio l'uso dello gnomone gli permise di scoprire l'obliquità dello zodiaco, responsabile del cambio delle stagioni. Realizzò anche una prima mappa della Terra allora conosciuta, per rispondere alle esigenze dei traffici marittimi, e disegnò la circonferenza della Terra.
Filosofia e ateismo venivano indirizzati contro la mitologia, espressa, in chiave poetica, dalle antiche opere di Omero (IliadeOdissea) e di Esiodo (TeogoniaLe opere e i giorni).
Sono loro tre i primi a porsi il problema di trovare a quale cosa si possa attribuire l'origine di tutto, visto che non possono essere razionalmente accettate le favole dei poeti, elaborate per il piacere dei potenti aristocratici. Gli dèi di questi miti infatti sono troppo infantili e irrazionali, troppo simili ai comportamenti umani per poter essere accettati nelle loro qualità sovrumane. La filosofia razionale doveva, secondo loro, sostituire la mitologia religiosa.
E il modo migliore per farlo fu quello di porre nella natura o nell'universo un arché, cioè un principio la cui esistenza potesse essere considerata anteriore a quella umana. Il termine fu usato esplicitamente da Anassimandro.
Talete fu il primo a sostenere che tale arché era l'acqua, poiché dove essa manca la vita è impossibile e arrivò persino a dire che la Terra è appoggiata sull'acqua (cosa in cui si credette fino a Dante Alighieri). Anassimandro invece disse che in principio fu l'a-peiron, cioè l'illimitato, infinito spazialmente e indefinito qualitativamente. Anassimene invece pose l'inizio nell'aria infinita, un soffio vitale (pneuma) ovunque diffuso, in perenne movimento, il quale, quando si condensa forma acqua e terra, mentre quando si dilata diventa fuoco.
Chi aveva ragione dei tre? Se guardiamo la composizione dell'acqua (due atomi di idrogeno e uno di ossigeno) dovremmo dire l'ultimo. Ma proprio l'acqua ci dice che se la semplice condensazione di due elementi eterei è stata in grado di produrre qualcosa di così completamente diverso, allora vuol dire - seguendo il pensiero di Anassimandro - che in origine esiste qualcosa di molto più potente, non così facilmente individuabile o definibile.
Talete e Anassimene s'erano basati sull'evidenza: Anassimandro invece cercò di andare oltre. Ma tutti e tre fecero nascere un'idea che avrà un incredibile successo durante l'Umanesimo e il Rinascimento: la natura è vivente, ha un'anima e quindi un'intelligenza; la natura cioè non è soltanto ciò che vediamo al di fuori di noi (in senso scientifico o estetico), ma è ciò che ci costituisce, è una realtà necessaria e primigenia, è "physis". Quest'idea viene poi chiamata col temine di "ilozoismo" o "panpsichismo".
Quindi se ci si limita a una percezione immediata ha ragione Talete: tutto nasce dall'acqua, dall'umidità. Il feto nel ventre materno non respira coi polmoni, perché completamente immerso nell'acqua, e l'ossigeno gli è dato dal sangue della madre attraverso il cordone ombelicale.
Talete ha guardato i "semi" che producono la vita e ha visto che, senz'acqua, non germogliano. Era un filosofo che guardava le cose con gli occhi dello scienziato, anche se a noi può apparire quanto meno bizzarro ch'egli attribuisse al magnete un'anima.
L'acqua, per lui, era più importante di dio, anche se uno degli dèi più antichi si chiamava Oceano. Con un ragionamento filosofico-scientifico aveva riscoperto l'importanza di qualcosa in cui gli uomini, prima d'inventarsi le astrazioni religiose, credevano in maniera naturale. Aveva posto le basi di quel lungo lavoro di emancipazione che la filosofia dovrà compiere nei confronti delle mille teologie. Di lui purtroppo non ci è rimasto alcuno scritto.
Ma anche di Anassimandro ci è giunto pochissimo: un frammento del suo trattato Sulla natura, il primo di filosofia scritto in occidente e il primo in prosa.(1) Con lui si passa dal concreto all'astratto. Assodato che il principio di tutto va cercato nella natura, questa però deve andare oltre ciò che percepiamo coi sensi, essendo essa stessa un prodotto dell'universo.
Quindi la sostanza unica, primordiale, indeterminata e indistruttibile che sta a principio di tutto (l'arché) dev'essere priva di qualunque limite spazio-temporale, per cui la si può chiamare a-peiron, che sarebbe arbitrario far coincidere con "dio", anche se molti eminenti filosofi lo fanno. A-peiron (dal greco peraslimite, che diventa illimitato con l'a privativo) è sinonimo di infinito e indefinito, ciò da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna.
Ma come si genera il tutto? Dalla separazione dei contrari, che non riescono (o non vogliono) più stare uniti nell'indeterminato arché. I contrari (p.es. caldo e freddo, secco e umido) si attraggono e si respingono, ma se prevale la repulsione si formano i mondi finiti, che però sono soggetti a perire.
Perché i mondi periscono? Proprio perché pagano, in un certo senso, il prezzo della loro separazione. In ciò Anassimandro fu forse influenzato da talune idee mistiche dell'orfismo, secondo cui il tutto ha avuto origine da una colpa, che va riparata con la morte (che ritroveremo poi nelle cosmogonie ebraico-cristiane).
Anassimandro vedeva nella società classista del suo tempo insanabili conflitti sociali, che avrebbero potuto essere risolti solo con la distruzione di tutto, dopodiché si sarebbe aperto un bivio: o restare dentro l'arché o ricominciare con un nuovo mondo diviso. Ma lui era più propenso a sostenere che la seconda via fosse inevitabile, per cui tendeva a credere che dovessero nascere infiniti mondi, tutti destinati a perire nell'universo infinito.
Solo a livello astronomico arrivò a formulare una teoria equilibrata, ipotizzando che la Terra (immaginata di forma cilindrica) fosse non appoggiata sull'acqua ma sospesa nel cosmo, in virtù di un certo equilibrio delle forze, che la rendono immobile. Ipotizzò inoltre che in natura esistesse una sorta di evoluzione degli esseri viventi, di cui l'uomo (proveniente dal mondo acquatico) sarebbe apparso per ultimo.
Anassimandro, pur avendo colto il principio dell'attrazione e opposizione dei contrari come intrinseco all'arché, per il quale non occorre alcuna interpretazione di tipo mistico, non riuscì mai a fare una precisa distinzione tra la contraddizione come motore dell'universo e quindi della storia umana, e l'antagonismo sociale, che impedisce alla contraddizione di svolgersi in maniera naturale e dialettica. Per lui l'unità voleva dire indistinzione dei contrari, equivalenza degli opposti.
Anche Anassimene tolse all'idea di eterno movimento qualunque interpretazione di tipo religioso, limitandosi a dire che la nascita e la morte delle cose sono un fenomeno del tutto necessario e che se si vuol dare una rappresentazione dell'infinità di questo mondo, l'aria è l'elemento più adeguato. Le differenze tra i corpi sono solo quantitative, in base al grado di rarefazione o condensazione dell'aria. Praticamente aveva posto le basi del "materialismo meccanicistico".
Postilla sulla nascita della filosofia
L'idea che i sensi ingannino, risalente già ai primi filosofi greci, e che, per impedirlo, occorra fidarsi anzitutto della ragione, è un'idea che - se ci pensiamo - denuncia una condizione sociale di isolamento, di frustrazione personale e generale, dovuta, molto probabilmente, al fatto che, a quel tempo, s'erano persi i fondamentali riferimenti sociali, collaudati nei secoli, che permettevano di condurre un'esistenza con relativa sicurezza.
La stessa esigenza di ritrovare nella natura un arché testimonia che non esisteva più un rapporto equilibrato con la natura e che il tentativo di sostituirlo con quello fantasioso dei miti s'era rivelato fallimentare.
La filosofia nasce da un'alienazione, cioè dalla rottura degli originari rapporti comunitari (pre-schiavistici), che è possibile rinvenire, in maniera però distorta, nei racconti mitologici, elaborati per esaltare il potere. All'interno di quei rapporti primordiali non veniva messo in dubbio ciò che si percepiva attraverso i sensi, proprio perché la percezione non era un'operazione meramente individuale, bensì collettiva, e sarebbe apparso un controsenso immaginarsi un collettivo che s'inganna sulla propria percezione sensibile, al punto da rendere indispensabile un'inedita riflessione razionale da parte di qualche suo particolare esponente (intellettualmente più dotato degli altri o "illuminato").
Qualunque forma di "illuminazione interiore" va sempre considerata, in un contesto del genere, come una sorta d'intellettualismo individualistico, ancorché il suo obiettivo sia quello di mettere in discussione l'ideologia dominante o i rapporti di potere costituiti.
La separazione tra sensi e ragione denuncia una dicotomia tra esistenza e tradizione: ciò che veniva trasmesso tra le generazioni ad un certo punto non viene più creduto vero, fondato. Questo perché l'idea di un collettivo originario, egualitario e armonicamente relazionato con la natura, non esisteva più.
Accentuando l'aspetto della razionalità individuale, i filosofi non solo attestano una loro sofferenza personale, ma contestano anche una tradizione classista (cioè la cultura dominante di una classe sociale, che nella fattispecie era quella aristocratica), la quale aveva sostituito la tradizione comunitaria pre-schiavista con quella mitologica e con l'ideologia dell'eroe politico-militare (basata sui rapporti di forza).
Per tale tradizione classista era importante che le masse sottoposte al potere aristocratico non si ponessero "problemi di coscienza", ma ubbidissero più o meno ciecamente. Ecco perché si sviluppò una cultura mitologica (di tipo evasivo e fantasioso), rivolta all'eccitazione dei sensi, all'appagamento illusorio della sensibilità, in maniera da impedire lo sviluppo o comunque da tener separata, emarginandola, la riflessione razionale, critica, vera e propria.
Quindi da un lato la filosofia sorge da una scissione sociale in atto, consolidata già al tempo della civiltà minoico-cretese, e dall'altro contesta la classe egemone che vuole gestire tale alienazione secondo i propri esclusivi interessi. I primi filosofi sono espressione della classe mercantile, che è convinta di poter vivere con maggiore uguaglianza solo perché si sente anti-aristocratica.
Nota
(1) "Ciò da cui proviene la generazione delle cose, peraltro, è ciò verso cui si sviluppa anche la rovina, secondo necessità: le cose che sono, infatti, pagano l'una all'altra la pena e l'espiazione dell'ingiustizia, secondo l'ordine del tempo."
Fonti

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